sabato 9 luglio 2011

Global English: “progresso”o colonizzazione linguistica?

Articolo tratto dal sito dei Radicali italiani (http://www.radicali.it)
Articolo durissimo, eccessivo, col finale discutibile, ma fa riflettere.

Dalla Rassegna stampa

Il programma "Report" di Milena Gabanelli è molto seguito: è curato e viene visto da molti come un esempio di giornalismo inflessibile e con la schiena dritta. Proprio per questo è ammirato anche dai più giovani, che sono ormai abituati a identificare ciò che vedono a "Report" con la denuncia di quello che avviene nel cosiddetto "Paese reale", raramente rappresentato nel plastico audiovisivo della tivù di Stato. Purtroppo, la scelta di Milena Gabanelli, in polemica con i tagli della Gelmini ai docenti d'inglese e voglio credere del tutto in buona fede di ospitare Peter Sloan perché il pubblico giovane e non solo possa abbeverarsi alla fonte magica dell'anglofonia, crea una rappresentazione distorta della realtà, per almeno due buone ragioni. Innanzitutto, Mariastella Gelmini ha introdotto il Clil (sarebbe meglio "kill"), Content and Language Integrated Learning, che consiste nell'insegnamento in lingua straniera di discipline non linguistiche. Delle oltre 9.000 domande pervenute per il Clil al Miur, tutte le lingue diverse dall'inglese rappresentano il 14%: i nostri figli hanno davvero bisogno di altro inglese? Rischiano semmai di andare in overdose. Non sarebbe il caso di preoccuparsi per i docenti di altre lingue straniere, o della tenuta dell'italiano visto che gli studenti impareranno parole che dovrebbero conoscere nella propria lingua madre solo in inglese, in un paese in cui, secondo i dati della Commissione Ue, un quindicenne su cinque è semianalfabeta?

E poi, il Ministro ha anche inserito l'obbligo, per i docenti di qualsiasi disciplina, di certificare un livello B2 del Quadro di riferimento europeo (pari al più noto First Certificate), sempre in lingua inglese. Il provvedimento è anticostituzionale e va contro le norme in materia di diritto del lavoro, perché per i precari non è prevista alcuna formazione e dovranno pagarsi da soli corsi privati per poter accedere all'abilitazione. La Flc-Cgil ha infatti scritto con noi dell'Era una lettera al Capo dello Stato, l'anno scorso. Questo, ovviamente, senza contare l'assurdità di dover conoscere l'inglese per insegnare lo spagnolo. C'è da aggiungere che chi guarda il programma è abituato a identificare i servizi con la denuncia di un Paese che di solito non vede raccontato: di conseguenza, è automatico per il pubblico associare il dolce paternalismo di Peter Sloan che ferma gli italiani, dimostrando il loro scarso livello d'inglese con il simpatico piglio con cui Kipling salutava gli indiani, con la rappresentazione di un piccolo scandalo, vale a dire la denuncia che gli italiani non conoscono abbastanza la lingua inglese. Ciò non toglie che la Gabanelli non ha torto sui tagli ai docenti d'inglese, che nel Lazio hanno raggiunto il 78%. La questione però è molto più complessa di come "Report" e Peter Sloan la stanno ponendo, ed è probabile che il solo risultato che le lezioncine d'inglese possano ottenere sia quello d'incrementare le vendite e le richieste d'arretrati delle stesse presso il Gruppo Espresso. (È consigliabile ritenere l'esordio di Sloan a "Report", nella tivù di Stato pagata con i soldi di tutti, nello stesso periodo dell'uscita in edicola di "Speak now" con l'Espresso una coincidenza fortuita attribuibile solo ed esclusivamente al Fato, con quel tocco di giansenismo cui non può rifiutare di aprirsi neanche il cuore più refrattario al chiarore della Provvidenza divina).

Il genocidio linguistico che il GlobalEnglish sta creando nel mondo (più della metà delle lingue si estingueranno entro il secolo) è dovuto in parte agli interessi delle superpotenze anglofone, in parte anche ai governi dei singoli Stati che fanno della lingua inglese uno strumento per risolvere problemi nazionali in modo miope o, più spesso, per mantenere condizioni di potere e di sfruttamento sociale ingiuste e altrimenti non mantenibili. In Corea del Sud, per esempio, c'è chi vorrebbe l'inglese come lingua ufficiale di un paese quasi interamente monolingue coreano: recenti studi hanno messo in luce il legame tra l'imposizione dell'inglese e la cristallizzazione di sistemi di potere interni alla nazione (vedi "English as an official language in South Korea - Global English or social malady?", Jae Jung Song, University of Otago). Da noi in Italia, il governo degli spot e dei proclami sta utilizzando l'inglese per tutti come uno specchietto per le allodole, che serve a mascherare una politica di tagli all'istruzione e d'incapacità nella gestione e risoluto- ne del fenomeno del precariato.

Le ingiuste discriminazioni verso i docenti di seconda lingua e l'auto-subordinazione della lingua nazionale a quella di un paese estero non faranno che incentivare il livello di marginalizzazione della nostra lingua nel mondo e nel nostro stesso Stato, mentre questo regime monolingue anglofono scoprirà presto la realtà di maestri formati con poche ore settimanali e non adatti, come loro stessi spesso sostengono, all'insegnamento dell'inglese, messi lì a coprire i licenziamenti dei veri insegnanti d'inglese.

Tutto questo crea un futuro di giovani con una padronanza scarsa della propria lingua madre, poca conoscenza delle altre lingue e un'infarinatura sgrammaticata di lingua inglese che può, nel migliore dei casi, essere inutile, e nel peggiore aumentare la percentuale di bambini dislessici. Il prof. Robert Phillipson, uno dei massimi esperti di lingue nel mondo e autore de L'Imperialismo linguistico, ha definito "orribile» la situazione italiana e ha scelto d'intervenire all'Assemblea nazionale per la democrazia linguistica organizzata dall'Associazione radicale "Esperanto" lo scorso 28 maggio.

Questo è ciò che andrebbe denunciato. Il modo in cui il programma sta affrontando il problema, oltre che semplicistico, è fuorviante: si mostra come uno scandalo la scarsa conoscenza degli italiani dell'inglese, mentre Sloan fa un uso dell'italiano talmente osceno che dovrebbe essere vietato nella fascia protetta. Nessuno osa però farlo notare, in quanto lui è il detentore della lingua dominante e, benché sia lui a essere in Italia, sono gli italiani che dovrebbero parlare come lui. La Gran Bretagna ha infatti abolito dal 2004 lo studio della lingua straniera obbligatoria, mentre a noi tocca sapere l'inglese per insegnare italiano in Italia, i nostri figli impareranno in inglese la geografia e la sera, a "Report", si fa lezione d'inglese. Resta da chiedersi perché gli italiani tollerino questa forma di oppressione linguistica. Il problema è che a volte le situazioni politiche più insopportabili generano un'insofferenza che rende invivibile l'esistenza dei popoli oppressi: questa insofferenza, pur accompagnando di solito le condizioni peggiori in cui un essere umano possa trovarsi nel presente, è spesso madre di grandi rivoluzioni future: è difficile, al contrario, che qualcuno si ribelli senza una forte consapevolezza e spinta emotiva. L'accettazione passiva di comportamenti oppressivi o condizioni di disuguaglianza nasce proprio dalla mancanza di una coscienza politica. Le grandi dittature, come quella cinese, sono colpevoli di aver punito in ogni modo le manifestazioni di libero pensiero; certe democrazie, come la nostra, sono colpevoli di aver permesso il libero pensiero lavorando con ogni mezzo perché non nascesse mai. Così, mentre l'insofferenza per l'oppressione, pur essendo atroce, è quantomeno fertile e alla lunga genera figli forti, in grado di abbattere la dittatura-padre che li ha generati, lo spleen occidentale, creato ad arte tra distrazioni, propaganda e disinformazione, purtroppo, è sterile, e costituisce di fatto una polizza a vita per qualsiasi forma di regime.

Le persecuzioni verso la lingua dei tibetani hanno spinto questi ultimi a mobilitarsi e hanno generato l'indignazione della comunità internazionale. Gli occidentali adorano indignarsi, perché è un'attività che ha il pregio di fornire una considerevole distrazione poco impegnativa e ancor meno costosa. Per cambiare le cose in casa propria, invece, bisogna informarsi e attivarsi, due verbi che tendono a essere accompagnati dai sostantivi "fatica" e "sudore". Ecco perché c'è la fila per l'indignazione verso l'oppressione linguistica della lingua Han sul tibetano e nessuno invece si muove per l'imposizione dell'inglese sull'italiano e le altre lingue comunitarie. Trattandosi di un'imposizione subliminale, anziché palese, non solo non viene contestata, ma si regge in buona parte sul sostentamento e l'adesione dei singoli individui, che sacrificano volentieri la propria lingua a quella di Albione visto che formalmente nessuno li costringe a farlo.

Immaginiamo per un attimo che l'obbligo della certificazione del livello B2 d'inglese per insegnare italiano, oppure la docenza in inglese di materie non linguistiche, misure previste dalla Riforma Gelmini, fossero state sancite da una dittatura anglofona ufficiale. Assisteremmo a svariate forme di resistenza, ribellione e, naturalmente, indignazione difficili da contenere. Non essendo così, l'Italia pullula invece di sostenitori dell'inglese dappertutto e per tutti. Dietro questa scusa, la Gelmini sta tagliando posti di lavoro e incentivando il precariato con misure demenziali: eppure tutti lo sostengono, perché, come fosse una nuova religione, suona ridicolo anche solo contestare l'inglese, figurarsi manifestare contro l'imposizione dell'inglese.

Non è ridicolo, però, manifestare contro l'imposizione del cinese. Questo è strano, perché se si fa un confronto fra le lingue che sta uccidendo l'espansione incontrollata del global english e quelle invece minacciate dal cinese, il paragone è semplicemente inesistente. Se, in base a stime ottimistiche, più del 50% delle lingue del mondo rischia di estinguersi entro il secolo, è principalmente a causa dell'uso estensivo dell'inglese e della sua imposizione a livello internazionale; il cinese è un problema per ben poche lingue, fra cui il tibetano. Quindi perché le manifestazioni contro l'apprendimento forzato del cinese suonano logiche e quelle contro l'apprendimento forzato dell'inglese no? È ovvio: perché l'inglese è democratico. Non è mica la lingua di un regime che non rispetta i diritti umani. Così dicono, almeno. Provate ad andare a Guantanamo, però.

sabato 2 luglio 2011

Tante lingue, un solo paese: ecco l'Italia unita dalle minoranze

Articolo tratto da "Affari italiani" (http://affaritaliani.libero.it)

di Bianca Della Valle

IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA NAZIONALE DELLE MINORANZE LINGUISTICHE STORICHE IN ITALIA

Albanese, catalano, germanico, greco, sloveno, croato, francese, francoprovenzale, friulano, ladino, occitano e sardo. Nel nostro paese si parlano, e sono tutelate dalla legge, queste 12 lingue minoritarie. Per riflettere sul loro ruolo il 2 luglio si svolgerà a Ceresole Reale, un comune francoprovenzale nel Parco del Gran Paradiso, la Giornata Nazionale delle Minoranze Linguistiche Storiche in Italia. Organizzata dalla provincia di Torino, alla manifestazione parteciperanno le 35 province e le 14 regioni arricchite dalla presenza sul loro territorio delle minoranze linguistiche storiche. Tra gli ospiti Mario Martone, il regista di "Come eravamo", film su un’Italia risorgimentale composita e vista da Sud, e il linguista Sergio Salvi, considerato il “padre” degli studi sulle altre lingue d’Italia.

Ugo Perone, filosofo-assessore (ordinario di Filosofia morale dell’Università del Piemonte Orientale prestato alla politica, ovvero all’Assessorato alla Cultura e Turismo della Provincia di Torino) che ha contribuito a ideare l'iniziativa, sceglie Affaritaliani.it per spiegare l'importanza di questo evento organizzato nell'ambito delle celebrazioni per il 150enario dell’Unità d'Italia.

Unità Italia 150 anni

Professore, come mai in Italia, oltre all’italiano, ci sono ben 12 altre, sorprendenti, lingue?
"Beh, come mai in Italia c’è una certa lingua oltre all’italiano, che cos’è questa lingua, quante persone la parlano e così via è proprio quello che - alla Giornata Nazionale delle Minoranze Linguistiche Storiche in Italia promossa dalla Provincia di Torino - ci racconteranno gli esponenti delle 12 lingue minoritarie riconosciute dalla Legge 482 del 1999, cioè solo una dozzina di anni fa, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione. Si tratta di lingue che sono da molto tempo, anche moltissimo, sul nostro territorio, già prima, ben prima, dell’Unità. La Provincia di Torino, che è un territorio dove coesistono 3 di queste lingue, ha voluto organizzare la Giornata proprio come momento per fare il punto e conoscere meglio le diverse lingue del nostro Paese. Parlare di minoranze linguistiche nel contesto delle celebrazioni vuol dire scoprire che molte figure chiave del Risorgimento, in primis Garibaldi, appartenevano a una minoranza linguistica, a comunità che, pur essendo minoritarie, l’Unità l’hanno tuttavia fortemente voluta e cercata".

Le 12 minoranze linguistiche riconosciute dalla Legge che le tutela mostra la pluralità dell’Italia, la sua variegata composizione. Come conciliamo, in Italia, le tante diversità che abbiamo?
"L’Italia ha dato un contributo straordinario alla cultura mondiale, e l’ha dato non in base a uno schema rigido, ma in base alla sua ricchezza e molteplicità. Faccio due esempi. Primo esempio, l’Italia è nota per il suo paesaggio, la sua natura. Cosa vuol dire? Abbiamo mari, montagne, laghi, una grande pianura. L’Italia è un paese che ha di tutto, abbiamo avuto la fortuna di avere molte diversità che stanno insieme. L’altro esempio è la cucina: tra la cucina siciliana e quella friulana c’è un abisso, eppure parliamo di cucina italiana, perché siamo stati capaci di tenere insieme grandi differenze. Questo è il grande contributo che l’Italia potrebbe dare all’Europa".

Già, l’Europa…
"Prendiamo il franco-provenzale: si trova in tutto l’arco del Sud Europa, dalla Francia fino alla Spagna, oltre all’Italia, ed è tutelato. Pensiamo a quanto la Spagna abbia tutelato il catalano, riconoscendolo. Sembrava una lingua morta, sembrava esserci solo il castigliano, ma poi il catalano e il basco sono diventate lingue di grandissimo rilievo. Questo dimostra che quello che sembra morto, spesso cova sotto la cenere, e poi riparte. Peraltro è vero che noi abbiamo una varietà più accentuata di altri paesi europei. In altri paesi, penso al Belgio, alla Svizzera, convivono lingue più forti, pensiamo alle 4 lingue della Svizzera. In Belgio non ci sono solo il fiammingo e il francese, ma anche il tedesco. La tutela delle lingue minoritarie, che non sono necessariamente le nostre, è una questione che riguarda tutta l’Europa e che, anzi, con l’ulteriore estensione dell’Europa, diventerà sempre più importante, perché nel contesto europeo abbiamo già di fatto una serie di lingue che sono di per sé minoritarie, pensi ad esempio al ceco, allo sloveno".

E il senso di identità, il senso di appartenenza?
"Il problema che alcune minoranze linguistiche hanno è proprio quello di essere parlate solo dagli anziani, quasi fosse un residuo del passato, e allora l’elemento dell’identità va perdendosi. Facciamo un’analogia. Anni fa si andava verso l’industrializzazione, si abbandonava l’agricoltura, poi ci siamo accorti che abbandonando l’agricoltura crescevano altri tipi di problemi, ambientali ad esempio, e adesso cerchiamo di nuovo di favorire l’insediamento dei giovani in certe aree. La stessa cosa per le lingue, c’è stata una fase in cui si tendeva a parlare soltanto una lingua, quella nazionale, ora ci rendiamo conto che così sradichiamo le persone dalla loro storia, quindi proteggere, tutelare le lingue minoritarie vuol dire dare un senso di appartenenza".

Quindi come conciliamo in Italia le tante diversità che abbiamo?
"Il vero modo di garantire l’identità e l’unità di un Paese non è avere un concetto fisso di identità. Se ci diamo un concetto fisso di identità, se fissiamo un’identità troppo stretta produciamo l’esclusione. Se invece riusciamo a lavorare su un’identità intesa come progetto, stiamo insieme, legati da qualcosa che è comune, perché è una direzione in cui camminiamo, e siamo capaci di accogliere il diverso. Dobbiamo riuscire a capire che l’identità è un concetto mobile".

Vale a dire?
"Quando siamo all’estero sappiamo per esperienza che il nostro concetto di identità si sposta. Se andiamo in Germania appena troviamo un italiano, che magari è calabrese mentre io sono piemontese, lo riconosciamo come italiano. Se andiamo in America e troviamo un francese già ci sembra di essere fratelli. Quindi il problema dell’identità è dove tiriamo la riga. Quando stai in un posto piccolissimo, l’identità è quel posto. Quando ti metti nel mondo devi allargare i confini, perché altrimenti saresti solo".

Quindi?
"Quindi l’Italia è un paese lungo, di grande storia, che se tiene separate le sue differenze fallisce. Costruendo differenze e opposizioni l’Italia rischia il suicidio, mentre se guardiamo progettualmente al contributo che possiamo dare all’Europa, beh, io credo che possiamo far coesistere molte diversità, e valorizzarle reciprocamente".