lunedì 28 maggio 2012

Ogni anno 22mila stranieri vengono a studiare l'italiano

da www.ilmessaggero.it

Giro d'affari di 42 milioni

Turisti al Colosseo (foto Marco Zeppetella - Toiati)
ROMA – L'italiano è fra le prime cinque lingue studiate al mondo. Lo dimostrano i 22mila stranieri che ogni anno vengono nella Penisola per approfondirne gli aspetti linguistici e culturalistudiando nelle scuole Asils, l'associazione che riunisce le scuole di Italiano come "Lingua Seconda". Cresce in particolare la presenza di studenti dai paesi emergenti, soprattutto Russia e Brasile. E' quanto emerge dall'ultimo rapporto interno dell'Asils, realizzato dal Centro Studi Turistici di Firenze, presentato venerdì a Roma, nel quale viene scattata una fotografia dello “studente tipo” dell'italiano.

L'italiano attrae soprattutto le donne e i giovani. Oltre i due terzi degli studenti sono donne (68,1%), mentre solo il 31,9% degli iscritti è di sesso maschile. Quasi il 60% è di età compresa fra i 18 e i 35 anni. Nel dettaglio, gli studenti fra 18 e 25 anni sono il 32,5%, mentre un altro 26,9% è costituito da giovani fra 26 e 35 anni. A seguire persone in età matura (36-50 anni, 18,1%) e anche un numero non trascurabile di ultracinquantenni (12,2%). Un altro 10,3% degli studenti è invece minorenne. Dal punto di vista occupazionale si tratta prevalentemente di studenti (il 43,4%), seguiti da impiegati (13,3%), professionisti (7,4%) e docenti (6,9%).

Letteratura, arte, design e moda sono fra i principali interessi culturali che spingono gli stranieri a venire in Italia per studiarne la lingua. L'amore per la cultura del nostro Paese e per il Made in Italy a 360 gradi è infatti la molla principale che spinge giovani stranieri a studiare l'italiano in una delle località della penisola, sostiene ancora il rapporto. Al secondo posto ci sono le motivazioni personali, mentre al terzo ragioni legate a fattori turistici: viaggiare nel Belpaese è un altro valido motivo per cimentarsi con l'italiano. La maggior parte degli studenti è costituita da persone che vogliono imparare l'italiano, mentre solo in percentuale minore si tratta di stranieri che puntano a migliorare la padronanza della nostra lingua.

Germania, Stati Uniti e Giappone. È da questi Paesi che arriva il maggior numero di studenti di lingua italiana. Complessivamente l'Europa si conferma il principale mercato di riferimento con un'incidenza del 63,5%. Nel dettaglio, il 52,3% degli studenti arriva dall'Europa dell'Ovest, l'11,2% dall'Europa dell'Est. Il 13,7% degli iscritti ai corsi di italiano nelle scuole Asils arriva da Usa e Canada, il 10,3% da Asia e Medio Oriente, l'8,7% da Messico e America centro-meridionale. Tra i primi dieci mercati di riferimento c'è una forte flessione degli studenti statunitensi (-46,1%) e un calo più leggero dei tedeschi (-6,7%), che pur si confermano primo mercato. Al contrario aumenta significativamente la presenza di studenti provenienti da Russia (+62,2%), Brasile (+37,8%), Svizzera (+28,6%), Austria (+18,7%), Francia (+13,4%).

Le regioni che attraggono più studenti sono Toscana, Lazio e Lombardia. In Toscana arrivano soprattutto statunitensi, tedeschi e svizzeri. Il Lazio è preferito da tedeschi, statunitensi, brasiliani e francesi, mentre in Lombardia si recano soprattutto russi, tedeschi e statunitensi. La permanenza media degli studenti in Italia è di circa un mese (3,8 settimane) e si concentra soprattutto in estate, con il trimestre luglio-settembre che raccoglie circa il 42,7% degli arrivi. Internet è il principale canale di iscrizione (39,7%), seguito dalle agenzie di intermediazione (39,7%). Gli studenti alloggiano preferibilmente in famiglie (33,7%) e in appartamenti (31,9%). Complessivamente, tra corso e alloggio, la spesa annua totale degli studenti è pari a circa 42,7 milioni di euro.
Sabato 26 Maggio 2012 - 19:14
Ultimo aggiornamento: Domenica 27 Maggio - 19:58
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venerdì 25 maggio 2012

Rom e sinti sono due lingue «Quando toccherà al Veneto?»

da www.corriere.it

LA POLEMICA

Passa l'emendamento del Pd nella Commissione Esteri alla Camera. Il voto contrario della Lega Nord: prima si dovevano tutelare i nostri idiomi

ROMA - La commissione Affari esteri ha approvato quasi all'unanimità l'emendamento del Partito democratico sul riconoscimento delle lingue rom e sinti nel nostro Paese. L'unico voto contrario in merito è stato espresso dalla Lega Nord. «La Lega Nord si è sempre battuta in favore delle lingue locali intese come strumento di riconoscimento delle diverse identità territoriali, ma riteniamo che a dover essere tutelate siano le nostre lingue, come il piemontese e il veneto, e non quelle di minoranze che nulla hanno a che vedere con la cultura e le tradizioni dei nostri territori», scrivono in una nota congiunta il capogruppo della Lega Nord in commissione Affari esteri alla Camera, Stefano Allasia, e il deputato Davide Cavallotto. «A questo punto abbiamo chiesto di calendarizzare la proposta di legge Dozzo per il riconoscimento della lingua veneta e la proposta di legge Cavallotto per il riconoscimento di quella piemontese che, a detta di tutti, dovrebbero passare all'unanimità. Adesso vedremo se anche gli altri gruppi passeranno dalle parole ai fatti». (Ansa)

24 maggio 2012

Ucraina/ Legge su lingua russa porta il caos in parlamento

da www.tmnews.it

Opposizione vuole bloccare norma che innalza status lingua russa


      AFP
Roma, 25 mag. (TMNews) - Ieri sera sono volati ceffoni e pugni, oggi i deputati dell'opposizione bloccano i lavori della Rada, il parlamento ucraino - occupando fisicamente parte dell'emiciclo e il banco della presidenza - e minacciano battaglia ad oltranza: l'obiettivo è impedire la votazione su una legge che innalza lo status della lingua russa in una serie di regioni ucraine, essenzialmente nell'Est. Oggi il presidente dell'assemblea, Volodimir Litvin, ha proposto lo scioglimento della Rada e la convocazione di elezioni anticipate, ma l'idea è stata respinta. Lo stallo, dunque, rimane.

La legge della discordia amplia il possibile utilizzo della lingua russa in una serie di regioni, ad esempio consentendone l'uso nei tribunali e negli ospedali. Per il partito delle Regioni che fa capo al presidente Viktor Yanukovich (che aveva promesso il russo come seconda lingua ufficiale prima dell'elezione a presidente, poi ha fatto marcia indietro) si tratta di rafforzare i diritti delle minoranze linguistiche nel Paese. Per l'opposizione, invece, a cominciare dal partito Patria di Yulia Tymoshenko, è un modo per dare de facto al russo status di lingua ufficiale, quindi un attentato alla sovranità ucraina. E quando ieri è stata proposto il voto in prima lettura, è scoppiata la bagarre.

martedì 22 maggio 2012

La limba sarda rinasce nella rete Facebook

da lanuovasardegna.geolocal.it


Il social network di Mark Zuckerberg diventa «Su libru de sas caras» per gruppi e singoli che scrivono nelle diverse varianti dell’isola
di Luciano Piras
NUORO. «Sa limba sarda cada siat de sas variantes suas e sas àteras limbas de minòria faeddadas in Sardigna, non sunt galu mortas, su nessi in su mundu virtuale de su Libru de sas caras». Mario Antìogu Sanna, 40 anni, operatore linguistico di Sindia, non esita un secondo a tradurre in sardo Facebook. Su Libru de sas caras, il libro delle facce, proprio come il corrispettivo letterale inglese usato dal giovane studente americano Mark Zuckerberg.
Fondatore di un social network che ammazza le lingue minoritarie già sull'orlo del baratro, è l'accusa che gli muovono da tempo alcuni esperti di linguistica storica.
La community. «Macché... – contesta subito Mariantonietta Piga – comunicare in sardo in una comunità virtuale come quella di Facebook non solo aiuta a superare i soliti pregiudizi e le iniziali diffidenze, ma risulta essere sempre più naturale ed efficace».
Eppure anche lei, nuorese classe 1968, dal 2006 direttrice dell’Uls, s’Ufitziu de sa limba sarda della Provincia di Nuoro, era alquanto scettica fino all’anno scorso. Poi, l'11 marzo 2011, ha aperto la pagina intitolata allo sportello ed è stato un boom di contatti.
La scrittura. «Pochissimi scrivono in italiano, quasi tutti lo fanno in sardo – racconta –, ognuno scrive nella sua variante, a norma o a modo suo, e anche le discussioni e le chat vanno in sardo. Superando le remore della scrittura, si impara persino gli uni dagli altri, ci scambiamo le idee, i dubbi, i chiarimenti».
Del resto la missione dell’Uls è questa: «Fàghere a manera chi si che torret a faeddare e iscrìere in sardu». Fare in modo che si ritorni a parlare e a scrivere in sardo. E non è certo un caso se anche il sito internet dell’Ufitziu limbasarda.nuoro.it, interamente in sardo, ha registrato 15mila contatti nei primi tre mesi di attività.
La grammatica. «È chiaro che con un miliardo di utenti nel mondo, Facebook è una forza immensa – riprende Mario Antìogu Sanna –, di persone come di pensieri, di attività... ma anche di cazzate».
I pericoli, insomma, sono sempre in agguato. Eppure il rilancio della limba può passare proprio attraverso Facebook piuttosto che Twitter. Sempre che i puristi non abbiano nulla da ridire, dato che su internet la grammatica è sempre esposta ai venti del momento.
I pericoli. Un rischio che sottolinea e smonta allo stesso tempo Tore Sfodello: «Il dibattito “democratico” può creare confusione, è vero, ma non c’è dubbio che Facebook possa essere uno strumento divulgativo per salvare sa limba». Nato a Padru, 62 anni, da oltre quattro decenni residente a Sassari, già componente dell’Osservatorio regionale sulla lingua e la cultura della Sardegna, Sfodello a dire il vero non ci va matto per la rete del web.
La promozione. Questione di generazione, forse, ma da buon insegnante qual è stato, da sempre in prima linea sul fronte della limba (ha raccolto le firme per quella che oggi è la legge regionale 26 del 1997 “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”) riconosce che «Facebook è utilissimo, è uno degli strumenti più efficaci, ha una valenza straordinaria».
«Facebook è uno strumento mediatico in più per far veicolare il sardo», aggiunge Diego Corraine, nuorese, 63 anni, professore di letteratura italiana pioniere infaticabile della tutela della lingua sarda.
Fondatore e direttore della casa editrice Papiros, primo direttore dell’Ufitziu de sa limba sarda della Provincia di Nuoro, ora alla guida dello sportello Uls dell’Ogliastra. Ha tradotto in sardo decine di libri, soprattutto per ragazzi.
La koinè. «Non soltanto... – si associa Maria Vittoria Migaleddu Ajkabache –, l’utilizzo di queste nuove strumentazioni, per una lingua minoritaria come il sardo, è estremamente importante: primo perché consente di creare una community di persone che pur essendo lontane tra loro utilizzano una koinè, fatta da sardi che parlano ognuno con la propria variante; secondo perché strumenti come Facebook consentono il passaggio dall'oralità allo scritto e dunque mettono in risalto l'esigenza di avere una norma ortografica».
Sassarese di nascita, classe 1948, romana d'adozione, Migaleddu porta anche il cognome turco del marito, nato in Siria ma cresciuto in Libano.
Due lauree, una in Lettere moderne, l'altra in Pedagogia con tesi sul bilinguismo, un master in Glottodidattica, Migaleddu Ajkabache è da una vita che lavora nel campo della formazione e della scuola.
L’apprendimento. Per tre anni ha insegnato italiano al Cairo, in Egitto. Tornata in Italia, la Farnesina l’ha assegnata al settore cooperazione allo sviluppo, più tardi alla direzione generale alla cooperazione culturale. Convinta sostenitrice dei social network (ma anche dei blog), assicura che «mettere i testi scritti in rete permette a ciascuno di costruire il proprio percorso di conoscenza. Scrivere su Facebook è un modo naturale di imparare a farlo, lineare, così come funziona il nostro cervello, istintivo... ».
I pregiudizi. «Superate le prime remore – conferma Mariantonietta Piga –, Facebook ti permette di tirar fuori quello che hai ma non sai di avere. Il dibattito è sempre aperto, il clima frizzante e persino molto intelligente. In una comunità virtuale si supera anche la diffidenza» chiude.
«Anche se magari quello su Facebook è un sardo parlato male, pieno di errori» aggiunge il padre, Giovanni Piga. Poeta e narratore nugoresu, nato nel 1940, autore di una indimenticabile raccolta di liriche, “Frunzas” (2003), oramai pronto a dare alle stampe una nuova raccolta e un romanzo. Lui, il gioiellino di Zuckerberg lo usa «pro su pacu chi mi servit», ma riconosce che «è sicuramente un mezzo che attira i giovani, perciò può fare soltanto del bene a sa limba nostra».
La piattaforma. Con un potenziale che supera radio e televisioni messe insieme. Lo sostiene Francesco Merche, nugoresu de ratza de Oroteddi, nato a Oniferi nel 1944, precursore delle tv private, il primo in Sardegna ad aver mandato in onda un telegiornale in sardo, alla fine degli anni Ottanta.
Merche era allora direttore di Telesardegna. Ora conduce una trasmissione radiofonica, Oje in Sardigna, 55 interviste già trasmesse delle 88 previste, su Radio Nuoro Centrale.
«La comunicazione in sardo su Facebook ha un’aria di modernità che fa superare ogni scoglio, che zittisce anche sor malignos che dicono che il sardo vero ormai non lo sa parlare più nessuno». «Certo – attacca Diego Corraine –, se anche la piattaforma Facebook, ora in 80 lingue, fosse in sardo non sarebbe mica male... ».
La consapevolezza. «A dire il vero, Facebook mi sembra un mezzo fin troppo facile» avverte Loredana Rosenkranz, docente di Filosofia, in pensione da un anno e mezzo. Sessanta due anni, sassarese con chiara ascendenza austriaca, madre di Sassari, nonni campidanesi, è molto critica nei confronti di Facebook tanto da tenersene alla larga. «Non è affatto “democratico” – sostiene –, è uno strumento a “sovranità limitata”, inconsapevole per molte persone che ci giocano dentro... preferisco giri più ristretti, la mail list va benissimo». Questione di principi.
Eppure lei stessa, Rosenkranz, spesso coinvolta nella progettazione scaturita dopo la legge regionale 26 del ’97, è la prima a riconoscere che Facebook può essere un mezzo per “salvare” la limba. «L’importante è esserne consapevoli» sottolinea. E subito precisa: «Anche se per scrivere in sardo ci sono tante altre opportunità, per esempio i blog... ».
Twitter. Blog e siti interamente in sardo, del resto, ce ne sono parecchi e da parecchio tempo. Ma Facebook è altra cosa. Come altra cosa è Twitter, immediatissimo ma con spazi molto ristretti. A proposito: come si può tradurre Twitter in sardo? Semplice: «Ciu-Ciu, come cinguettio», dice Mario Antìogu Sanna dopo una veloce consultazione dei bocabolarios e mentre da Bosa si prepara a mandare in onda Diariu sardu, su Radio Planargia.
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30 aprile 2012

domenica 13 maggio 2012

Lingue in via d'estinzione per salvarle si va sul web

da www.repubblica.it

CULTURE

Ogni 14 giorni muore un idioma e, di conseguenza, una cultura. Ma esistono comunità che chiedono aiuto alla tecnologia. E' il caso del Ktunaxa, parlato da una tribù di nativi dell'America nord-occidentale, e di tante altre di PAOLA ROSA ADRAGNA

ESISTE una lingua parlata solo da dodici persone. O meglio: esiste una lingua, antichissima e senza legami con altre lingue esistenti, che combatte l'estinzione con le armi della globalizzazione. Si tratta del Ktunaxa, parlato da alcune tribù di nativi che abitano nell'America nord-occidentale, tra il Montana, l'Idaho e la Columbia Britannica.

Secondo un censimento del 1990 i parlanti Ktunaxa erano poco meno di 400, ma i dodici che ne conservano strutture e lessico intatti appartengono soprattutto alla vecchia generazione. E nessun altro al mondo è capace di parlarlo. Il rischio è quello che, come successo al Kamassino (parlato fino a 30 anni fa in Russia, sui monti Urali) e a tante altre, la lingua possa estinguersi con la morte degli ultimi anziani.

Alcuni membri della comunità hanno così deciso di utilizzare la tecnologia per combattere questo pericolo. Stanno caricando su internet registrazioni, giochi interattivi per bambini e altro materiale trascritto da rendere fruibile a chiunque voglia imparare il Ktunaxa. Ci sono addirittura corsi di laurea online per gli adulti desiderosi di riscoprirlo.

La soluzione sembra delle più sensate visto che i giovani membri della comunità sono tutti nativi digitali. Grazie alla Rete poi, il materiale caricato è accessibile a chiunque, in qualunque posto si trovi. "Se non avessimo agito - spiega Marisa Philips, una delle 'conservatrici' - avremmo rischiato di perdere, non solo la nostra lingua, ma anche la nostra identità di nazione e popolo Ktunaxa".

La comunità, composta da circa 2000 persone, cerca così di riuscire dove altri hanno fallito. Quella zona d'America è stata infatti la tomba di numerose altre lingue indigene. "Cerchiamo di essere all'avanguardia e di pensare alle possibili cose da fare nel futuro per continuare a preservare la nostra cultura", afferma Don Maki, il direttore del consiglio nazionale.

E il Ktunaxa non è l'unica lingua che vede nella tecnologia una via di salvezza dall'estinzione. Esiste un'applicazione per iPhone che insegna la pronuncia delle parole in Tuvan, lingua di una popolazione nomade che vive tra Mongolia e Siberia. Per il Siletz Dee-ni (degli indiani d'America dell'Oregon) e per altre sette lingue in pericolo di estinzione, David Harrison, professore di linguistica allo Swarthmore College in Pennsylvania , con la collaborazione dei madrelingua ha prodotto e pubblicato sul web otto dizionari 'parlanti'.

Secondo la rivista National Geographic ogni 14 giorni muore una lingua. Tra cent'anni potrebbero essere scomparse la metà delle oltre 7000 lingue parlate oggi nel mondo, con la conseguente perdita di migliaia di culture. La tecnologia, accusata di uccidere le diversità, forse è l'unico modo per salvarle.
(09 maggio 2012) © Riproduzione riservata

sabato 12 maggio 2012

Come si dice “pastore” a chi non ha mai visto una pecora

da vaticaninsider.lastampa.it

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il popolo eschimese
Il popolo eschimese

Pubblicata in Canada la prima Bibbia in lingua eschimese

Maria Teresa Pontara Pederiva Roma

Quanti si sono trovati spiazzati al sentire nel Vangelo di Luca Gesù che dice “Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto … quale padre  tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione?”. Difficile immaginare di confondere un uovo con uno scorpione, ma una è la specie italiana, altra quella che troviamo in zone desertiche, dove il corpo è chiaro e rotondeggiante, ovoidale appunto.

Immaginate tra qualche anno, pressoché scomparsa in vaste aree del pianeta la cultura agricola e contadina, ma anche quella della pesca a carattere familiare, chi saprà realizzare cosa significhi separare il grano dalla zizzania, seminare di buon’ora, gettare la rete al largo, o chiudere il recinto delle pecore e via di questo passo.
E’ il problema precedente all’inculturazione del Vangelo: la sua lettura e comprensione all’interno di un mondo che cambia e che non è più quello di duemila anni fa. E allora provate ad immaginare cosa può capire di pecore, grano, vite e tralci chi è sempre vissuto tra i ghiacci artici e al pastore delle pecore deve associare tutt’al più il custode di una muta di cani da slitta?

E’ quanto hanno pensato alla Canadian Bible Society che in queste settimana ha pubblicato la prima traduzione in lingua inuktitut  della Bibbia, il libro più tradotto del mondo. L’inuktitut è la lingua del popolo inuit, o almeno quella più diffusa tra gli eschimesi della zona artica canadese, parlata ancora, secondo una stima recente, da circa 33 mila persone nei territori a nord del Quebec - una regione vasta come 15 volte la Gran Bretagna, dove la chiesa anglicana conta la diocesi più estesa del mondo - rimasta lingua orale per migliaia di anni finché un missionario anglicano, Edmund Peck, ne ha introdotto una versione scritta verso la fine del XIX secolo.

L’attuale traduzione integrale della Bibbia segue quella del solo Nuovo Testamento pubblicata nel 1991. Coordinatore del progetto, e anche traduttore insieme a don Jonah Allooloo, è stato il vescovo emerito Benjamin Arreak.

Seguendo le moderne teorie la scelta è stata quella di superare la traduzione letterale – non più accettata dagli esperti accademici – per scegliere una versione secondo l’ottica “funzionale”. Non traduzione di termini “alla lettera”, ma la trasmissione del significato dell’espressione, così da farsi capire innestandosi nella cultura di un popolo mentre si procede col racconto biblico.

Un’impresa non facile, ma assai richiesta dai fedeli, dicono gli estensori. Certo che indicare termini come cammello, pecore, capre, o anche solo alberi come il sicomoro o il melograno, a gente che per chilometri vede solo estensioni di ghiaccio e neve non è così immediato.  Eppure associando il pastore al custode della muta o un frutto ad un sapore simile e via dicendo sembrano esserci riusciti.

E pensare che la Nuova Traduzione del Messale inglese cattolico ha seguito esattamente il processo inverso, nell’ottica di una traduzione alla lettera il più fedele possibile al testo latino. Un’altra differenza tra le chiese.