lunedì 9 dicembre 2013

La Cina sbanca anche con lingua e cultura

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  9 dicembre 2013  alle  6:00.

Sono ormai 440 gli istituti in 120 paesi e regioni impegnati a promuovere la lingua e cultura della nel mondo, secondo la sede centrale dell’Istituto Confucio.cinaistitutoconfucio
Questi istituti, che prendono il nome dell’antico filosofo cinese Confucio e che trovano ospitalità presso le università di tutto il globo, sono istituzioni pubbliche non-profit che aiutano gli stranieri a conoscere meglio la Cina attraverso l’insegnamento della lingua e l’introduzione alla cultura.
Inoltre, secondo l’ufficio centrale dell’istituto, sono stati avviati 646 corsi Confucio presso scuole primarie e secondarie.
Circa 850 mila studenti si sono registrati presso questi istituti ed oltre 20 mila attività sono state realizzate dal 2004.
In ben 40 paesi – nel 2012 si sono sommati Regno Unito, Svezia e Irlanda – la lingua cinese rientra nel programma nazionale di educazione.


giovedì 5 settembre 2013

Lingue africane per arricchire Google Translate

da www.atlasweb.it

di  .  Scritto  il  5 settembre 2013  alle  7:00.

Il somalo, l’hausa, l’igbo, lo yoruba e lo zulù: sono le cinque tutte che il motore di ricerca più usato al mondo, , ha previsto di aggiungere al suo dizionario linguistico di traduzione.
Un comunicato dell’azienda precisa che lo zulù, idioma parlato principalmente in Sudafrica, dovrebbe essere la prima di queste nuove lingue africane disponibile per traduzioni da e verso l’inglese. a nota invita specialisti linguistici a contribuire al nuovo strumento.

sabato 13 luglio 2013

Lingue in estinzione

da russiaoggi.it

Lingue in estinzione
Le lingue degli indigeni di Sakhalin sono a rischio di estinzione. Nella foto, un'ensemble folkloristica (Credit: RIA Novosti)
Le lingue dei popoli originari di Sakhalin stanno per scomparire. È quanto riportato da SakhalinMedia.ru con riferimento a Dmitri Funk, responsabile del Dipartimento del Nord e della Siberia presso l’Istituto di Etnologia e Antropologia dell’Accademia russa delle Scienze.
“La situazione linguistica dei popoli aborigeni di piccole dimensioni è pessima, - afferma lo studioso, spiegando che attualmente esistono al mondo 6.000 lingue. - Le previsioni dicono che nei prossimi cento anni circa il 90 per cento di queste lingue non esisterà più, che lo si voglia oppure no. Cosa succederà con le lingue di Sakhalin è difficile dirlo, ma a giudicare dalla rapidità con cui stanno sparendo, le previsioni non sono le più confortanti”.
Foto: PhotoXPress
Un'anziana donna della città di Okha, a Sakhalin (Foto: PhotoXPress)
Il ricercatore spiega che la lingua ujlta (conosciuta anche come lingua oroka, ndr) di cui è stato da poco pubblicato un sillabario, potrebbe presto scomparire del tutto. Sono due le anziane madrelingua più attive: una vive sul fiume Val, l’altra a Nogliki. La prima lascerà l’isola quest’anno, l’altra si sposterà in Siberia fra tre anni. Nel gruppo settentrionale questa lingua è parlata da dieci persone al massimo.

A Poronaysk i gruppi settentrionale e meridionale sono piccoli. Tra le misure elencate da Dmitri Funk per contrastare il fenomeno c’è quella di riunire gli insegnanti delle lingue nazionali in un seminario di metodologia per spiegare le tecniche di studio intensivo delle lingue straniere. Come afferma Funk, tali lingue sono diventate in sostanza delle lingue straniere e dobbiamo trattarle secondo quest’ottica. Quest’anno sono stati realizzati dei manuali per adulti di lingua shor e teleuta.

Per leggere l'articolo in versione originale cliccare qui

La Cina, Weibo e la censura a corrente alternata

da temi.repubblica.it/limes



di Giorgio Cuscito
I cinesi usano giochi di parole per parlare di temi proibiti sul Twitter mandarino e costringono i censori a bloccare per periodi di tempo limitato termini in apparenza "innocui". Stavolta nel mirino sono Hong Kong e Xinjiang.


[Chi ha paura del mouse? vignetta di Crazy Crab; fonte: cartoonmovement.com]
Che parole come "Tiananmen" - la celebre piazza di Pechino - o Falun Gong - il movimento spirituale bandito dal governo cinese - siano censurate nei motori di ricerca cinesi non è un mistero. La leadership mandarina infatti non vuole che i cinesi approfondiscano le tematiche considerate "inappropriate", come le celebri proteste del 1989 in cui secondo la Croce Rossa morirono 2300 persone.

È più difficile capire perché la settimana scorsa sono passati sotto la mannaia dal governo cinese
termini come "marciare" (youxing)  e i numeri "sette, uno" uniti al verbo "passeggiare" (in cinese qi, yi e sanbu). La ragione è la medesima. Infatti digitando su Weibo, il Twitter cinese, queste parole "innocue" si poteva accedere ai dibattiti sulle recenti manifestazioni svoltesi a Hong Kong.

L'1 luglio (appunto uno/sette), il giorno in cui nel '97 il Regno Unito ha restituito la città alla Cina, i cittadini dell'ex colonia sono scesi in strada, nel distretto di “Central” (zhonghai) per manifestare contro il governo di Pechino e pretendere il suffragio universale, scopo ultimo previsto dal testo quasi costituzionale dell’ex colonia. La Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong (Hksar) è una democrazia monca il cui sistema elettorale garantisce la nomina di un chief executive (il capo di governo locale) fedele alla politica di Pechino.

Il governo della Repubblica Popolare Cinese (Prc), scoperto l'escamotage utilizzato dai netizens (gli abitanti di Internet) per parlare liberamente dell'ex colonia, ha impedito tempestivamente la ricerca e la pubblicazione di post contenenti le menzionate parole chiave. Si tratta di un imbavagliamento istantaneo che ormai è diventato routine.

Tuttavia, per i censori mandarini non è sempre così semplice fare il proprio lavoro. La lingua cinese, infatti, è caratterizzata da una grande varietà di termini scritti con ideogrammi completamente diversi tra loro ma pronunciati nello stesso modo (seppur con una tonalità diversa). Questa sottigliezza lessicale consente ai netizens di formulare dei giochi di parole con cui guadagnarsi uno spazio per discutere liberamente, anche se per poco tempo. 

Sempre l'1 luglio, che è anche il giorno in cui è stato fondato il Partito Comunista Cinese (Pcc)
, la frase "tre stupide prostitute (san ge daibiao) è stata censurata perché celava un argomento molto delicato che è pronunciato alla stessa maniera, seppur con tonalità diverse: quello delle "tre rappresentanze", enunciate da Jiang Zemin nel 2000.

Secondo l'ex presidente della Repubblica Popolare Cinese, il potere del Partito proviene dalla sua capacità di rappresentare le esigenze delle forze produttive più avanzate del paese, l’orientamento di una cultura avanzata e gli interessi della stragrande maggioranza dei cinesi. Il fatto che il gioco di parole accostasse delle prostitute ai concetti espressi dall'ex leader cinese era tutt'altro che una coincidenza.


[Carta di Francesca La Barbera]

Negli stessi giorni delle proteste hongkonghesi anche la combinazione “cappello di pelle” (in cinese pi mao), un modo informale per riferirsi agli uiguri, non dava alcun risultato. Nel mirino della censura in quel caso erano i recenti scontri avvenuti a Lukqun, Turban e Hotan nello Xinjiang tra gli abitanti e le forze di polizia. Il governo ha prontamente affermato che si è trattato di attacchi terroristici.

Il problema è un altro. A causa della costante migrazione di cinesi di etnia han
(la più numerosa del paese) nella regione e delle politiche di normalizzazione imposte da Pechino, gli abitanti della “nuova frontiera” periodicamente si ribellano contro le autorità. Il 5 luglio, l'anniversario della strage di Urumqi, dove nel 2009 sono morte 200 persone, il governo ha intensificato i controlli per impedire ulteriori rappresaglie e ha posto una taglia su 11 ricercati ritenuti responsabili degli attacchi terroristici. La ricompensa oscillava tra i 50 mila e i 100 mila yuan (tra 6 mila e 12 mila euro circa). Neanche a dirlo in quei giorni non era possibile cercare la parola "Xinjiang" unita alle parole “terrore” o “violenza” .

A qualche giorno di distanza dai tre anniversari cinesi, le parole chiave citate erano nuovamente rintracciabili.  

Pechino si serve di una censura a corrente alternata per irrobustire la muraglia di fuoco cibernetica
. Magari lasciando volontariamente qualche mattone fuori posto, per vedere chi prova ad affacciarsi dall’altra parte (vedi la possibilità di poter scavalcare i filtri digitali servendosi di software ad hoc).

Il sistema della “censura saltuaria” è forse ancora più pericoloso di quello a censura fissa che colpisce siti come Facebook, Twitter, YouTube perché accorcia ed estende la libertà del cittadino come fosse una fisarmonica, a sua insaputa. Inoltre, l'intervento tempestivo con cui sono filtrati i contenuti del web mette in luce le paure della leadership mandarina. Pur riconoscendone le sconfinate potenzialità, Pechino sa che Internet è un campo minato e ogni parola, anche quelle più innocua, può essere un innesco.

Tuttavia, data la ricchezza del patrimonio linguistico cinese e la fervida fantasia dei netizens, se i censori mandarini pensano che per limitare lo scambio di idee sia sufficiente eliminare ogni parola reputata occasionalmente pericolosa, forse farebbero prima a buttare il dizionario.

Per approfondire: Media come armi
(12/07/2013)

mercoledì 19 giugno 2013

Perù, entusiasmo per la Bibbia in lingua quechua

da www.evangelici.net

AYACUCHO (Perù) -Il mese scorso, migliaia di peruviani di lingua quechua hanno invaso le strade di due città: Ayacucho (nota anche come Huamanga) e Huanta cantando e sventolando bandiere con versetti della Bibbia per esprimere la gioia di avere una nuova traduzione della Bibbia nella loro lingua e per acquistarne una copia (offerta a un prezzo agevolato). In un mese le scorte sono esaurite e si sta già procedendo alla ristampa.
Ad Ayacucho oltre un milione di persone sono di lingua quechua e in questa loro lingua era già stata stampata la Bibbia da oltre venticinque anni . La Bible Society peruviana motiva l'entusiasmo per la nuova traduzione con il fatto che la prima edizione era diventata ormai difficile da capire per le trasformazioni subite dalla lingua parlata. Si tratta di trasformazioni generate dalle vicissitudini della popolazione, non ultimo «Il terrorismo - spiega la Bible Society che affliggeva negli anni '80 il territorio di Ayacucho e che ha costretto molti a lasciare i loro villaggi, a cercare rifugio nelle città e ad adottare termini dello spagnolo parlato nelle città, mentre altri termini quechua cadevano in disuso.

È Su richiesta delle chiese locali, che la Società biblica peruviana ha rivisto il testo: tre anni di lavoro accompagnato da test approfonditi per verificare che la nuova traduzione fosse facilmente comprensibile da anziani e da giovani. La nuova edizione comprende una concordanza, delle note, un glossario, illustrazioni e mappe. [gp]

Fonte notizia: http://www.unitedbiblesocieties.org/

(nella foto: un giovane di Ayacucho con la sua scatola di nuove Bibbie, foto UBS)

martedì 11 giugno 2013

L’Ue richiama l’Italia: non ha ancora firmato la Carta di tutela

da messaggeroveneto.gelocal.it

Monito da Bruxelles al Governo Letta Cisilino (Arlef) ai lavori

BRUXELLES «Dopo vent’anni dall’adozione della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie l’Italia non ha ancora provveduto alla sua ratifica. Si tratta di una situazione a cui il Governo italiano è chiamato a intervenire quanto prima».
La coincidenza tra il richiamo nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles del vicepresidente della ong di rappresentanza delle minoranze presso l’Ue, Davyth Hicks, in occasione del convegno “Regional languages in the polices of the European union and its member States” e le celebrazioni per il ventesimo della Carta europea delle lingue minoritarie è bruciante.
Infatti, proprio mentre ovunque si organizzano manifestazioni e convegni per celebrare l’avvenimento, in Europa ci si chiede come mai in Italia non sia stato ancora ratificato il trattato internazionale che è già entrato in vigore in 25 stati europei.
A ricordarlo è stato proprio ieri anche il finlandese poliglotta – dieci sono le lingue che pratica attivamente - Johan Haggman, coordinatore del team della Commissione europea che si occupa di multilinguismo. Haggman, che ha parlato al convegno organizzato dalla Regione polacca della Pomerania in collaborazione con la Regione Friuli Vg per il tramite dell’ufficio di collegamento di Bruxelles, ha confermato la grande attenzione per la situazione della lingua friulana, che, ha garantito, «viene costantemente monitorata dal Commissario europeo per il multilinguismo».
A tal proposito, è stato il direttore dell’ARLeF, William Cisilino, a illustrare il percorso normativo che la Regione Friuli Vg ha portato a termine a favore della tutela del friulano: «La promozione delle minoranze linguistiche – ha rilevato Cisilino - diventerà sempre piú importante nell’ambito delle future politiche europee, tant’è che ormai le lingue minoritarie possono accedere, con la stessa dignità delle altre, a tutti i programmi di finanziamento della Ue».
«A tal fine risulta strategico instaurare rapporti di collaborazione proficui e duraturi con le organizzazioni presenti nelle istituzioni europee, come il European Language Equality Network».

mercoledì 5 giugno 2013

Giornata della lingua russa

da italian.ruvr.ru

5.06.2013, 16:01




русский язык книга грамотность страница ручка
© Foto: SXC.hu

Il 6 giugno, sotto l’egida della Nazioni Unite, si festeggia la Giornata internazionale della lingua russa, una delle sei lingue ufficiali dell’Onu e una delle piu’ piu’ diffuse del pianeta. Ma non solo. La conoscenza del russo e’ obbligatoria per chiunque voglia lavorare nello spazio. E quindi possiamo dire che si tratta di una lingua cosmica.

Per celebrare il giorno del russo, lingua madre di 164 milioni di persone, e’ stata scelta la data del 6 giugno, giorno di nascita di Aleksandr Puskin, padre della lingua russa moderna.
Negli ultimi anni, grazie ai cambiamenti politici ed economici, vediamo mutamenti positivi nello sviluppo del russo come lingua di comunicazione internazionale. Infatti, lo conoscono (come lingua straniera) 114 milioni di persone.
Dice la signora Valentina Matvienko, presidente della Camera alta del Pparlamento russo:
Fra questi cambiamenti basti ricordare la nascita dell’Unione Euroasiatica, l’ingresso della Russia nel WTO, la costruzione di gigantesche arterie infrastrutturali come la Rotta marittima settentrionale, nuove condutture e ferrovie, nuovi porti nell’Estremo Oriente.
Vediamo un afflusso continuo d’interesse verso la cultura, la letteratura, il teatro e la musica russa.
Le mostre che allestiscono all’estero i nostri maggiori musei del calibro dell’Ermitage, del Museo Puskin, del Museo Russo e della Galleria Tretjakov, suscitano un grande interesse in tutto il mondo.
Le autorita’ e la societa’ si impegnano per offrire sempre maggiori possibilita’ per conoscere la nostra cultura.
In conclusione, dice la signora Matvienko, vorrei ricordare le parole di Nikolaj Karamzin, padre della storiografia russa: Gloria alla nostra lingua che nella sua primigenia ricchezza scorre con l’orgoglio e la potenza di un grande fiume.
Secondo gli ultimi sondaggi, il 6 % nell’Unione Europea parla il russo (una cifra paragonabile alla popolarita’ dello spagnolo). Il russo viene studiato in 100 paesi. In 79 all’universita’ e in 54 fa parte del programma scolastico. Lo parlano anche i leader di numerosi paesi.
Nelle universita’ del nostro paese, dice Ghennadij Ziuganov, leader del partito comunista, hanno studiato 600 mila specialisti stranieri che parlano il russo alla perfezione. Oggi non pochi presidenti lo conoscono, ad esempio, Jiang Zemin, ex leader della Cina, che inoltre canta benissimo le canzoni russe.
Quando siamo stati con il presidente Putin in Vietnam per firmare l’accordo di collaborazione economica, egli e’ stato stupito dal fatto che fra i 20 ministri presenti 17 hanno dimostrato un’ottima conoscenza della nostra lingua.
In questo giorno tradizionalmente sono in programma conferenze e serate di poesia, aperte a tutti gli interessati alla storia della letteratura patria.
Dice Larisa Baranova-Goncenko, coopresidente dell’Unione degli scrittori della Russia:
Invitiamo tutti alla nostra festa. Credo che sia meglio vedere una volta che sentire un centinaio di volte, perche’ lo stesso Puskin ringrazio’ i contemporanei che avevano trovato nelle sue opere cinque errori di grammatica, perche’ Gogol disse che la parola e’ il piu’ prezioso dono di Dio.
Oggi il russo e’ fulcro dell’unita’ fra le 150 etnie della Russia.

giovedì 23 maggio 2013

Un impero di lingue in estinzione

da russiaoggi.it



1 Un impero di lingue in estinzione
Secondo la costituzione del Daghestan, tutte le sue lingue dovrebbe essere trattate come ufficiali. Solo 14 di loro hanno una forma scritta e solo queste ottengono il riconoscimento ufficiale (Foto: Sergei Piatakov / RIA Novosti)

Molte lingue russe rappresentano l'impenetrabile mistero dell’anima russa. Il russo in sé è abbastanza misterioso, considerando il tempo in cui si è sviluppato. Dalla prima apparizione di opere in prosa che non erano copie di modelli occidentali (Nikolay Karamzin, nel tardo 18° secolo) alla comparsa dei primi scritti sperimentali del 1920 (con Velimir Chlebnikov) intercorre solo poco più di un secolo.
In questo secolo febbrilmente attivo sono apparse le opere di Tolstoj, Cechov e molti altri. Nemmeno l'America ha conosciuto un tale genere di sviluppo, sebbene disponesse dell’intera raccolta della letteratura inglese da cui partire.
Le prospettive per la lingua russa sono buone; essa appare in un gran numero di pubblicazioni, viene studiata in maniera diligente, viene insegnata all'estero ed è in continuo sviluppo.
Una situazione simile è quella relativa alle lingue dei più numerosi gruppi etnici della Russia: tatar, bashkira, chuvasha e yakuta, che appartengono al ceppo linguistico turco. Anche quest’ultima lingua, quellayakuta, è parlata da più di 1,5 milioni di abitanti sparsi in una delle più grandi regioni della Russia, la Yakutia (3mila chilometri quadrati), e la lingua non è in pericolo di estinzione.
I libri vengono pubblicati in lingua yakuta. Questo idioma, studiato da linguisti ed etnologi, viene insegnato nelle scuole e nelle università ed è utilizzato dai mass media e nell’ambito della cultura artistica. Tutto ciò è in drammatico contrasto con la situazione delle lingue dei piccoli popoli indigeni russi (un termine riconosciuto nei documenti delle Nazioni Unite).
In realtà queste lingue si stanno estinguendo in tutto il mondo, e non solo in Russia. Nella maggior parte dei casi la causa non è negligenza o sciovinismo burocratico, ma le difficili condizioni ambientali, di cui la Russia non fa eccezione.
La Russia è un Paese subpolare, in cui enormi tratti di terra sono coperti dalla taiga e dalla tundra a malapena attraversabili, come la foresta amazzonica, ma con l’aggiunta di un freddo feroce. Le antiche tribù hanno provveduto al proprio sostentamento in queste terre deserte e desolate: dai Saami del Nord agli Udegei del lontano Sud-Est, ingaggiando una lotta dolorosa, e non sempre fortunata per la vita, mentre comunicavano nelle loro lingue non scritte.
È impossibile trasferire su di loro i vantaggi della vita urbana: l'esperienza ha dimostrato che hanno livelli fatalmente bassi di tolleranza alle malattie e all’alcool, quando ciò si è verificato. Un ulteriore motivo per cui le lingue si estinguono è l'assimilazione pacifica delle persone che le parlano alle popolazioni della lingua di maggioranza.
Questo è stato il destino di alcuni dialetti della Carelia. “Carelia” è un nome collettivo utilizzato per le popolazioni ugro-finniche che sono rimaste nella parte europea della Russia e per i discendenti degli abitanti ortodossi di quella che oggi è la Finlandia, che erano fuggiti in Russia durante la persecuzione religiosa nel Medioevo.
Secondo il censimento zarista del 1897, gli ultimi careliani vivono a Valdai, ora una rinomata località di lago a metà strada tra Mosca e San Pietroburgo, registrati come russi, ma il loro dialetto era morto anche prima.
I careliani che vivono nelle località più remote della regione di Tver e in altre aree hanno mantenuto viva la loro lingua fino ad oggi, anche se vivono più vicino a Mosca che a Valdai.
È chiaro che fattori come la televisione, Internet e il servizio militare nazionale hanno accelerato la scomparsa della lingua.
Nessuno sa con certezza quante lingue vengano parlate in Russia. In occasione del censimento del 2010 gli stessi abitanti hanno riferito di parlare fino a 250 lingue.
Ci sono due motivi principali alla base di questa confusione. Il primo è di natura finanziaria: finché viene organizzata una spedizione in qualche zona remota dove si pensa vivano le ultime persone che parlano una lingua, queste ultime potrebbero essersi trasferite utilizzando un altro linguaggio, o essere eventualmente morte. Il secondo è di natura linguistica: a molti di questi idiomi è stato inizialmente assegnato lo status di lingua, ma sono stati in seguito riconosciuti come dialetti, o viceversa.
A titolo di esempio, il Kerek della Chukotka si può considerare il più piccolo gruppo etnico identificato nel censimento del 2010, composto solo da quattro persone. Le ultime registrazioni sul campo fatte della lingua Kerek sono state condotte negli anni Settanta, e nel censimento del 2002 c'erano otto persone che si sono identificate come Kerek. Nessuno dei Kerek sopravvissuti dopo il 2000 ha una piena conoscenza della propria lingua: sa qualche vocabolo, ma solo in modo passivo.
I Kerek sono stati quasi del tutto assimilati ai chutkci, un’altra piccola popolazione indigena con la quale vivono. Ma ci sono anche alcuni linguisti secondo cui il Kerek è un dialetto del Koryak, un'altra lingua di minoranza parlata da 9.000 persone, anche se solo 2.000 di queste lo utilizza come prima lingua.
Lo Stato tenta di provvedere ai piccoli popoli indigeni del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente dando ai loro giovani la possibilità di posticipare il servizio nazionale obbligatorio, e dando ai loro cacciatori e pescatori delle agevolazioni fiscali.
Tuttavia, c'è una regione della Russia dove chi parla lingue non scritte viene trattato con disprezzo: il Daghestan, nel Caucaso del Nord. Nonostante il Daghestan si contraddistingua per essere uno scrigno di tesori linguistici, già nel Medioevo i filosofi arabi chiamavano il Caucaso "una montagna di lingue", anche se le terre sono unite e aperte. Qui vengono parlate più di 50 lingue riconoscibili. Secondo la Costituzione di questo luogo afflitto dalla disoccupazione, tutte le lingue parlate dovrebbero essere considerate ufficiali, anche se solo 14 hanno forme scritte, se contiamo anche il russo, e solo queste sono riconosciute ufficialmente.
Coloro che parlano le lingue non scritte (che potrebbero rappresentare l’intero villaggio, o almeno mezzo Paese) sono tradizionalmente considerati come membri di uno dei gruppi linguistici più numerosi (gli Avar sono i più numerosi), e quindi non beneficiano di alcuna agevolazione fiscale, culturale o di altri benefici sociali.
Le autorità locali non possono attuare un "linguicidio" (l'estinzione mirata di una lingua senza l'assassinio della sua gente) nel suo significato più rigoroso. Gli studiosi di linguistica provenienti dalla Repubblica del Daghestan e dal resto della Russia conducono le proprie ricerche nelle lingue locali, pubblicano i loro risultati sulle riviste accademiche a ridotta diffusione, e tentano di dare una forma scritta a queste lingue. Nonostante tutto, non è difficile assistere al manifestarsi di un inizio di freddo "linguicidio". Un esempio è quello della lingua Botlikh.
Ci sono stati innumerevoli petizione e numerosi incontri nel villaggio di Botlikh, volti a riconoscere l'autonomia culturale dei Botlikhs e la loro lingua appartenente al gruppo Andi delle lingue Avar-Andi-Tsez della famiglia Nakh-daghestana. Eppure continuano a essere classificati come persone che parlano l’Avar, proprio come lo erano sotto Stalin nel 1920. Il risultato è che solo duecento Botlikhs, su una popolazione di seimila, conoscono la propria lingua.
È interessante notare che a partire da gennaio 2013 la responsabilità di tali questioni è stata trasferita dalle autorità locali del Daghestan e posta sotto la competenza dell’autorità russa appartenente al governo centrale responsabile per le questioni inter-etniche.

La nostra lingua, il vero made in Italy

da www.avvenire.it

IL CASO

C'è una voce del «made in Italy» che non entra nella bilancia commerciale e non finisce nel Pil. Eppure conquista i continenti fino a penetrare non tanto nei mercati, quanto nelle culture. È la nostra lingua, l’italiano da esportazione che continua a entrare nei dizionari di mezzo mondo e soprattutto nel lessico quotidiano o nella pagina scritta.

Provare per credere. Arrivi in un teatro d’opera a New York, Mosca o Tokyo e il direttore d’orchestra – qualsiasi sia la sua nazionalità – può chiedere ai musicisti di eseguire un adagio, provare la barcarola o ripetere il ballabile.

Sfogli i quotidiani internazionali che raccontano l’inizio del pontificato di papa Francesco ed ecco che tornano Conclave, mozzetta o monsignore. Figurarsi in un bar o in un ristorante all’altro capo del pianeta: il menù abbonda di cappuccino, espresso, tortellini, fettuccine o grappa. Certo, gli spaghetti possono andare a braccetto anche con la mafia (vocabolo finito nel lessico mondiale insieme con fascismo). Va meglio se siamo a un simposio di fisici dove si parla di neutrino (nome coniato da Enrico Fermi) o fra i militari dei contingenti internazionali che si rifanno all’italiano quando devono indicare un arsenale. E che dire degli storici dell’arte inglesi che descrivono la predella. Oppure dei ragazzini statunitensi alle prese con una festa di carneval(e).

«La nostra lingua continua a circolare all’estero più di quanto si pensi», spiega Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca. Lo dimostra il volume «L’italiano per il mondo» edito dalla Crusca con la Febaf, la Federazione delle banche, delle assicurazioni e della finanza. Dall’economia al cinema, dalle tradizioni alle arti, l’idioma di Dante ha contagiato (e, grazie al cielo, contagia ancora) vicini e lontani. «Non credo che sia necessario rifarsi soltanto al Medioevo, in particolare per la terminologia bancaria, o al Rinascimento, per quanto riguarda il lessico architettonico, o ancora al Seicento e all’Ottocento sul fronte della musica per raccontare la fortuna dell’italiano», afferma la presidente. Il riferimento è a parole come banca o cambiale oppure loggia o balcone (seppur riadattato) o ancora tenore o notturno. «Se in questi anni ci scandalizziamo per l’abuso di anglismi, nei secoli scorsi si assisteva in Francia alla preoccupazione per gli eccessivi italianismi», riferisce la curatrice del volume, Giada Mattarucco, ricercatrice di linguistica italiana all’Università per stranieri di Siena.

Oggi quei timori sono ben lontani. Ma in Grecia accade che si ricorra a termini in pseudoitaliano per vendere meglio una bevanda: è il freddoccino, prodotto tedesco che somiglia a un cappuccino gelato. «I vocaboli che diffondiamo sono legati a uno stile di vita che è figlio del nostro straordinario patrimonio culturale e che piace a ogni latitudine – dichiara Maraschio –. Pensiamo, ad esempio, al cinema che in decine di Paesi ha fatto conoscere la locuzione dolce vita».

Certo, il canale linguistico che negli ultimi decenni ha favorito l’export dell’italiano è la gastronomia. «Ciò prova – sottolinea Mattarucco – che non basta avere una lingua prestigiosa, ma occorre che abbia risonanza. In pratica serve che contagi le masse. E la nostra cucina è uno degli ambiti più popolari e alla portata di tutti». Poi la ricercatrice racconta un aneddoto. «Un americano, arrivando in Italia, si è stupito che anche qui si usasse la parola pizza tanto era convinto che si trattasse di un vocabolo anglosassone. È un buon segno: significa che l’italiano viene sentito parte della propria lingua».

Lo stesso meccanismo di assimilazione vale per la musica. «Il melodramma che oggi consideriamo di nicchia ha goduto di ottima popolarità – chiarisce la curatrice –. E la sua eco è ancora forte all’estero anche fra giovani». Ragazzi che nell’Est Europa chiedono un gelato al cioccolato grazie a canzoni (in questo caso di Pupo) che le radio replicano a ogni piè sospinto.

E la moda che nel Belpaese abbiamo sostituito con fashion? «Se i francesi chiamano costume un completo da uomo, è per un lascito dell’italiano – spiega Mattarucco –. E se una parola come ballerina è associata anche a un tipo di scarpa, lo dobbiamo sempre alla nostra lingua». Oggi esportiamo in particolare nomi propri o cognomi: Valentino, Armani, Gucci, Ferragamo. «Il romanzo 18Q4 del nipponico Murakami Haruki che è stato un successo editoriale è ambientato in Giappone, ma i personaggi vestono italiano». Ed è significativo che il termine della moda giapponese shiroganeze, tratto dal toponimo Shirogane, quartiere raffinato di Tokyo, sia stato forgiato sul modello di milanese, da Milano capitale della moda.

A conti fatti, però, se lo stato di servizio del nostro idioma gode ancora di buona salute, lo si deve all’apporto della Chiesa che, secondo Luca Serianni, l’ha adottata come «lingua veicolare di fatto (anche se non di diritto)». «L’italiano viaggia anche in talare diffondendo nelle varie lingue italianismi relativi all’abbigliamento ecclesiastico, ai sacramenti, alle istituzioni, alle pratiche», scrive nel saggio introduttivo Vittorio Coletti, ordinario di storia della lingua italiana a Genova. «Spesso si tratta di vocaboli antichi che comunque restano vivi nelle lingue del mondo», aggiunge Maraschio.

Del resto l’italiano non solo è la lingua di lavoro della Santa Sede, ma anche le comunicazioni fra presuli di madrelingua diversa avvengono con il nostro lessico. E poi è la lingua più usata nelle università pontificie e nei collegi romani  dove la maggior parte degli studenti viene dalle più disparate parti del globo. «Inoltre – afferma la presidente della Crusca – è stata molto apprezzata la scelta di papa Francesco di adottarla immediatamente anche al di fuori di una prassi consolidata».

Ed ecco un ulteriore tratto. «Dietro l’impostazione linguista del Pontefice – conclude Mattarucco – c’è probabilmente il fatto che i suoi parenti erano emigrati italiani in Argentina. Fra chi ha divulgato l’italiano ci sono i lavoratori che hanno lasciato il nostro Paese. Qualcuno ha detto che hanno trasmesso una lingua "tutta fatica e lavoro". Di sicuro nei continenti hanno trasformato l’italiano da lingua di élite a lingua delle persone comuni».

Giacomo Gambassi

giovedì 9 maggio 2013

lingUE – come parla l’Europa: perché l’Esperanto è necessario, e perché non lo faranno mai

da www.newnotizie.it

EsperantoCOS’È L’ESPERANTO: L’esperanto è quella lingua creata a tavolino da Ludwik Lejzer Zamenhof, che sperava di farne lo strumento di comunicazione internazionale; in termine tecnico LAI, Lingua ausialiaria internazionale. Ne esistono molte altre, anche inventate di recente: ma l’esperanto è di gran lunga la più utilizzata nel mondo.
Inizialmente il suo inventore l’aveva chiamata Lingvo Internacia, (lingua internazionale) perché doveva essere usata come lingua tramite tra le diverse nazioni. Prese poi il nome attuale dallo pseudonimo usato da Zamenhof: Doktor Esperanto (“colui che spera”). I principi che segue sono semplici: grammatica ridotta all’osso, assenza totale di anomalie e irregolarità (presenti in qualunque idioma naturale), lessico desunto da radici sia latine che germaniche che slave, ebraiche, greche, cinesi e giapponesi e altro ancora, in modo da rendere buona parte del vocabolario riconoscibile a tutti e in particolare per i parlanti di almeno tutta Europa e del nord America.
Tanto è semplice che, si vantava Zamenhof, tutte le regole grammaticali dell’esperanto possono essere imparate senza sforzo in 10 minuti. Inoltre le parole sono brevi, cioè facili da memorizzare, l’uso dei suffissi è massiccio, e questo, unito all’assenza di eccezioni, permette una certa creatività. Si possono inventare parole, grazie ai suffissi, con la certezza assoluta di non sbagliare. Esiste persino un certo ridottissimo numero di persone che sono di madrelingua esperanto (tra le 200 e le 2000 per Ethnologue), esiste una produzione culturale in questa lingua, siti, libri, poesia, teatro… anche Wikipedia ha la versione in esperanto.
PERCHÉ L’ESPERANTO: Il problema della possibilità una lingua internazionale è lungamente trattato nella filosofia del linguaggio, in particolare nella seconda metà del 1800, epoca in cui appunto nasce l’Esperanto. Gli ideali di Zamenhof sono sostanzialmente riscontrabili nella Dichiarazione di Boulogne e nel Manifesto di Praga, ad opera del movimento Esperantista, nei quali viene posto l’accento sulla neutralità del movimento rispetto a ogni tipo di organizzazione o corrente (politica, religiosa o di altro tipo) e dove è definito “esperantista” semplicemente chi impara la lingua, a prescindere dalla condivisione degli ideali del movimento.
Perché scegliere una lingua terza per i rapporti internazionali? L’assunto di Zamenhof è semplice: la difficoltà della traduzione, e quindi del dialogo dovuta alle differenze linguistiche può creare, e ha creato nelle storia, fraintendimenti pericolosi, che possono sfociare nella violenza. «Non ricordo quando, ma in ogni caso abbastanza presto, cominciai a rendermi conto che l’unica lingua [soddisfacente per il mondo intero] sarebbe dovuta essere neutra, non appartenente a nessuna delle nazioni ora esistenti. [...] Per qualche tempo fui sedotto dalle lingue antiche e sognavo che un giorno avrei potuto viaggiare per il mondo e con discorsi ardenti avrei convinto gli uomini a riesumare una di queste lingue per uso comune. In seguito, non ricordo più come, giunsi alla precisa conclusione che questo era impossibile e cominciai a sognare nebulosamente di una NUOVA lingua artificiale.» scrive a un amico.
Scegliendo una delle due lingue naturali in uno scambio internazionale si ha, di fatto, sudditanza culturale e differenze di capacità espressiva tra i nativi di tale lingua e gli altri, che ne sono penalizzati. Quella che è, a veder bene, la situazione attuale rispetto all’inglese.
Questa, in due parole, l’implicazione politica. Ma anche economicamente l’esperanto converrebbe, perché il livello di conoscenza della lingua straniera è determinato soprattutto dallo sforzo economico (privato e pubblico) e dalla quantità tempo dedicato all’apprendimento (corsi o viaggi all’estero ecc): questo causa, com’è ovvio, disagi alle parti più povere della popolazione, e non solo. Ad oggi, quanti in Italia sanno l’inglese tanto bene da poter capire pienamente dei documenti ufficiali europei, o anche solo un talk-show in inglese? Anche questo effetto lo vediamo bene con la situazione attuale in Italia, dove una piccola parte di persone parla davvero l’inglese, ma dove sempre più università ritengono la conoscenza di questa lingua condizione necessaria(http://insuafavella.blogspot.it/2013/03/anche-luniversita-ca-foscari-boicotta.html) per essere accettati ai corsi di studio. Una discriminante illogica che va contro il diritto allo studio e al diritto, sancito dai trattati europei, di parlare insegnare imparare studiare e scrivere nella propria lingua.
L’esperanto, invece, proprio per la sua semplicità, non richiederebbe troppo sforzo da parte dei singoli e degli Stati; e soprattutto comporterebbe che gli stessi investimenti economici pesino anche, ad esempio, sull’Inghilterra, ad oggi il paese che spende di meno per l’insegnamento delle lingue e che ha la popolazione meno multilinguista d’Europa; tuttavia niente affatto penalizzata da questa ignoranza. Inoltre, essendo la principale caratteristica ideologica del movimento esperantista è la neutralità: l’esperanto dovrebbe comunque essere imparata in quanto seconda lingua, e non in sostituzione alla propria. Al contrario di molte scuole e università italiane che abbandonano del tutto l’insegnamento in italiano per l’inglese (http://insuafavella.blogspot.it/2013/03/liceo-classico-in-lingua-straniera.html ).
È importante per vari motivi sottolineare la neutralità dell’esperanto nel senso che deve servire per il contatto e la comprensione reciproca unicamente tra genti di lingue diverse. Innanzi tutto per non fare come sta facendo la lingua inglese, cioè per non imporsi come lingua unica mondiale sopprimendo le altre (al Politecnico di Milano, dal 2014 vedremo professori italiani parlare inglese a studenti italiani…(http://insuafavella.blogspot.it/2012/10/the-politecnico-of-milano-labbandono.html ). Inoltre è necessario che resti unicamente internazionale perché altrimenti, il suo uso come prima lingua in diverse regioni geografiche porterebbe a diverse varianti (dovute alla naturale evoluzione del parlato) – un po’ come dal latino si è arrivati alle lingue volgari – compromettendo a lungo andare la comprensione reciproca, unico scopo dell’esperanto.
LA SITUAZIONE ATTUALE: Ne abbiamo parlato meglio nell’articolo precedente (http://www.newnotizie.it/2013/04/lingue-come-parla-leuropa-il-multilinguismo-europeo-perche-cosa-come/ ): la situazione attuale è abbastanza perniciosa, poiché l’UE professa una politica multilinguista che si rivela, oltre che di difficile attuazione, di pura facciata. In pratica ci si nasconde dietro un finto multilinguismo, dichiarando che ogni lingua ufficiale in un paese UE deve diventare anche lingua ufficiale UE quando di fatto è un celato gioco di potere in cui le tre lingue più forti a livello economico europeo (Inglese, tedesco e francese) vengono adoperate nelle sedi di lavoro e solo successivamente vengono effettuate le traduzioni dei documenti pubblicati. Immaginate nei documenti ufficiali gli enormi problemi legali dovuta alla discrepanza fra le versioni in diversa lingua degli scritti…
Mantenere 23 lingue di lavoro è, secondo molti e i particolare per gli esperantisti, infattibile; poiché richiederebbe un numero impraticabile di copie di traduzione e ciò implica che le lingue meno potenti debbano passare attraverso una traduzione intermedia, che ovviamente deteriora il traducendo.
È innegabile che, nonostante le buonissime intenzioni, è questa la situazione di fatto del multilinguismo europeo. Per evitare quindi che le lingue più forti soffochino le altre, bisognerebbe, forse, ridimensionare il multilinguismo stesso, in modo da renderlo più fattibile. Ad esempio scegliere un piccolo gruppo per rappresentatività delle principali famiglie linguistiche (Una lingua neolatina, una lingua germanica, una lingua ugro finnica…). O scegliere le lingue più “prestigiose” e quantitativamente importanti, cioè almeno inglese tedesco francese italiano e spagnolo, in quanto simboli della migliore cultura europea. I problemi di traduzione sarebbero gli stessi, costi ecc, ma sarebbero molto minori; anzi, sarebbe possibile, come giustizia impone, che non si traduca, quanto piuttosto si producano direttamente in lingua – contemporaneamente – i documenti. Ma quelle lingue scelte dominerebbero comunque la comunicazione politica ed economica, e tra quelle comunque ci sarebbe una gerarchia.
Più radicalmente si potrebbe scegliere una lingua di lavoro unica per l’Unione Europea. Ma quale criterio utilizzare per eleggere una lingua ufficiale unica? Quella già più diffusa come seconda lingua? Nell’infausta situazione in cui venga formalizzato l’inglese, gli stati anglofoni dovrebbero quantomeno indennizzare il resto dell’Europa; cosa che comunque, già dovrebbero fare, mormorano alcuni. Si calcola infatti che l’uso fra i non madrelingua dell’inglese porti nelle casse del Regno Unito il 3% dell’intero PIL europeo, non esattamente bruscoli.
Scegliere quella con più parlanti madrelingua in UE? Sarebbe il tedesco: per la Germania gli indennizzi – e per noi i costi – sarebbero forse ancora più alti, perché il tedesco non è altrettanto parlato nell’Unione. L’Esperanto è un’idea radicale ma tutt’altro che estremista; sarebbe dopotutto una scelta ben ponderata quella che porti alla designazione di una lingua sufficientemente neutrale per tutti come l’esperanto.
LE DIFFICOLTÀ: Il problema dell’Esperanto coincide in un certo senso col suo pregio: è una lingua artificiale, cioè neutrale. Proprio per questo l’idea di assegnare all’esperanto il ruolo ufficiale, molto molto difficilmente verrà accettata dai gruppi di potere europei. Quando abbiamo parlato del multilinguismo, abbiamo visto come il ruolo della Francia ci torni comodo, talvolta, per quel che riguarda la difesa delle lingue ufficiali tutte. Ovviamente non è che la Francia ci tenga particolarmente affinché tutte e 23 siano rappresentate; importa che lo sia il francese. Quindi, quando il francese è minacciato, l’Eliseo si erge a difensore del multilinguismo, e indirettamente quindi anche del ruolo della nostra lingua; ma per lo stesso identico motivo non potrebbe mai essere d’accordo sulla proposta esperantista. Poiché anche in questo caso il francese non avrebbe più un ruolo centrale nei documenti e atti europei. Stessa identica reazione avrebbero gli inglesi, e forse anche i tedeschi, gli spagnoli e gli italiani.
Proprio per l’importanza politica ed economica che ha la rappresentazione di una lingua nelle istituzioni europee, è utopico sperare che gli stati a forte tradizione linguistica rinuncino a questo potere; in particolare quegli stati la cui lingua è più forte di altri, Inghilterra, Francia e Germania.
Quale che sia la scelta, è comunque doveroso che la consapevolezza linguistica degli europei (e degli italiani i particolare) aumenti. Perché dalle scelte che si prenderanno in materia dipenderà la capacità di difendere le proprie idee politiche e la propria identità di cittadini europei.
Antonio Marvasi
da www.lescienze.it

Quelle parole "ultraconservate" che raccontano l'origine delle lingue

Una nuova analisi statistica su sette famiglie di lingue dell'Eurasia, tra cui quella indoeuropea, mostra per tutte un'origine comune: una protolingua parlata circa 14.450 anni anni fa. A testimoniarlo è l'esistenza di un insieme di coppie suono-significato che si sono conservate per millenni e che ora costituiscono le cosiddette parole imparentate nelle lingue moderne (red)
Una serie di parole “ultraconservate”, che si mantengono nel corso dei millenni con minime variazioni in diversi ceppi linguistici, testimonia l'esistenza di un'antica origine comune per le lingue indoeuropee: lo scrive sulle pagine della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” il linguista Mark Pagel dell'Università di Reading, nel Regno Unito.

Lo studio delle lingue evidenzia spesso somiglianze fonetiche tra parole con lo stesso significato, che perciò vengono definite imparentate. Per esempio, “fratello” si dice brother in inglese e frère in francese, dalla radice latina frater, a sua volta collegata alla parola sanscrita bhratr. Ciò suggerisce che le parole sono semplici suoni che rimangono associati allo stesso significato per millenni, consentendo una ricerca a ritroso sulla loro origine e sulla loro evoluzione, analogamente a quanto avviene nel campo della genetica delle popolazioni.

Il primo passo di questo processo è l'identificazione di più parole imparentate, che consente di stabilire alcuni legami tra le rispettive lingue di appartenenza, che poi vengono riunite in diverse famiglie e superfamiglie derivanti da un'antica proto-lingua comune. Le prove finora raccolte dagli studiosi hanno permesso d'identificare l'Amerindo, che collega tra loro la maggior parte delle famiglie linguistiche del Nuovo Mondo, il Nostratico e l'Euroasiatico, che collegano la maggior parte delle lingue dell'Eurasia.

Il metodo tuttavia ha alcune pecche. In primo luogo, è plausibile che la maggior parte delle parole abbia subito nel tempo una “erosione” semantica e fonetica tale da compromettere una sicura identificazione di parole imparentate con un'origine comune che risalga a più di 5000-9000 anni fa. Inoltre, chi identifica parole imparentate spesso non è in grado di dimostrare che le somiglianze trovate hanno una significatività statistica, ovvero che l'origine comune è un'ipotesi più probabile della semplice convergenza casuale dei suoni. Infine, anche nei casi in cui sono stati utilizzati test statistici, i risultati non sono stati conclusivi, proprio per la difficoltà di stimare il numero di somiglianze casuali possibili.

Pagel e colleghi adottano una prospettiva diversa: grazie a metodi statistici dimostrano per via teorica che esiste una classe di parole le cui corrispondenze suono-significato possono persistere per millenni, mantenendo traccia delle loro origini anche nelle lingue moderne tra loro imparentate. Queste parole “ultraconservate” possono essere previste a priori e in modo indipendente dalle corrispondenze di suono che mantengono con altre parole.

Quelle parole "ultraconservate" che raccontano l'origine delle lingue
La mappa mostra le regioni approssimative in cui sono parlate le  lingue delle sette famiglie linguistiche eurasiatiche. I colori vanno comunque trattati solo come indicazioni, poiché i confini linguistici spesso si sovrappongono. Per esempio, nella Finlandia meridionale, la lingua svedese, indoeuropea, è parlata insieme all'uralica finlandese. (Cortesia Pagel/PNAS)
In una serie di studi recenti, Pagel e colleghi hanno dimostrato che le parole, nella maggior parte dei casi, hanno una probabilità del 50 per cento di essere sostituite da nuove parole non imparentate ogni 2000-4000 anni, coerentemente con l'ipotesi che esse perdano rapidamente traccia della loro antica origine. Tuttavia, i numerali, i pronomi personali e alcuni avverbi vengono sostituiti molto più lentamente: possono infatti durare 10.000-20.000 anni o anche più. Inoltre, possono essere previsti a partire da informazioni che non dipendono dal loro suono specifico.

In quest'ultimo studio, Pagel e colleghi hanno analizzato sette famiglie di lingue dell'Eurasia: altaiche (tipiche dell'Asia centrale e orientale), ciukotko-kamciatke (dell'estremo est della Russia), dravidiche (parlate in India meridionale, Sri-Lanka, Pachistan e Nepal), eschimesi, indoeuropee, kartvediche (o caucasiche meridionali) e uraliche, che si ipotizza formino una superfamiglia indoeuropea evolutasi da una lingua ancestrale circa 15.000 anni fa.

Il risultato dell'analisi statistica è un “albero genealogico” di questa superfamiglia di lingue, tutte derivanti da una protolingua di circa 14.450 anni fa. In particolare, l'estensione temporale di questo albero implica che alcune delle parole attualmente più utilizzate in questa superfamiglia nelle varie forme tra loro imparentate si conservano praticamente dalla fine dell’ultima Era Glaciale.

Inoltre si conferma il rapporto tra frequenza di uso attuale e probabilità di conservazione nel tempo: le parole con una frequenza superiore a una su 1000 nell’uso quotidiano hanno una probabilità da 7 a 10 volte maggiore rispetto alle altre di avere un’antica antenata.

martedì 15 gennaio 2013

Spagnolo, seconda lingua più parlata del mondo

da www.mondoinformazione.com

È, inoltre,  la più popolare lingua di comunicazione internazionale dopo l’inglese, la seconda più utilizzata su Twitter e la terza su Internet


È opinione diffusa che la lingua più diffusa al mondo sia l’inglese: l’idioma tanto caro a Shakespeare, Hobbes e Wilde è insegnato nelle scuole sin dai primi anni di età e si è imposto a livello internazionale come la lingua della comunicazione e degli scambi tra chi è di madrelingua diversa.
Non c’è mai stato niente di più sbagliato, però. L’inglese non è affatto la lingua più utilizzata al mondo né quella parlata in ogni dove da milioni di persone. Secondo un ultimo rapporto che prende in esame tutte le lingue del mondo, infatti, immediatamente dopo il , come lingua più parlata e diffusa del mondo si trova nientepopodimenoche lo .
Appartenente al gruppo delle lingue romanze della famiglia delle lingue indoeuropee, lo spagnolo è la seconda lingua per numero di madrelingua dopo il cinese che resta ancorato in pole position. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Istituto Cervantes, nel 2012 i madrelingua spagnoli erano 495 milioni, distribuiti tra l’Europa, l’Africa, l’ e il Nuovo Mondo.
I principali Paesi nei quali si parla spagnolo sono: Spagna, Argentina, Bolivia, Colombia, Costa Rica, Cuba, Cile, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, (Stato ispanofono più popoloso del mondo), Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela, Stati Uniti d’America (ospitano la seconda comunità ispanofona del Pianeta distribuita tra California, Arizona, New Mexico, Florida, New York), Filippine, Guinea Equatoriale e Marocco, entrambe ex colonie spagnole.
Lo spagnolo è, inoltre, la più popolare lingua di comunicazione internazionale dopo l’inglese e nel 2012 è stata la seconda lingua più utilizzata su Twitter e la terza su internet. Secondo le previsioni, entro il 2030 lo spagnolo sarà parlato dal 7,5% della popolazione mondiale, ed entro il 2050 gli Stati Uniti saranno il Paese con il maggior numero di ispanofoni del mondo.
Si hanno ancora dubbi sulla lingua da scegliere per il proprio futuro? Al buen entendedor, pocas palabras bastan