lunedì 16 marzo 2015

Lingua veicolare: dove sta scritto che debba essere per forza l’inglese?

Non condivido la soluzione proposta da Aldo Giannulli, cioè il Latino come lingua "veicolare" (vedi qua perché: http://womese.blogspot.it/2015/03/una-riflessione-che-e-anche-un.html), ma l'analisi e, soprattutto, i dati che propone sono interessanti.
Michele



da agoravox.it

di Aldo Giannulli


Nel Mondo della globalizzazione è inevitabile che si affermi una lingua “veicolare” che permetta di interagire: tanto per dirne una, cosa sarebbe internet senza l’inglese? Dunque, è pacifico che si debba andare ad una lingua di comunicazione, anche se questo non significa affatto che le altre debbano scomparire o diventare lingue di serie B. Il pluralismo culturale resta una fonte di arricchimento insostituibile ed irrinunciabile.
Ed allora, lingua comune sia, ma non è poi così scontato che debba essere l’inglese. Intanto alcuni dati non saranno inutili e li riprendiamo da una fonte insospettabile di anti anglismo, il libro di Huntington sul conflitto di civiltà, per il quale, nel 1992, i parlanti la lingua inglese erano il 7,6% della popolazione mondiale, mentre il cinese mandarino era parlato dal 15,2% e lo spagnolo dal 6,1%. Una stima decisamente avara che considera solo Usa, Uk, Canadà e Australia e che non tiene conto della tradizionale diffusione dell’inglese tanto nei paesi del nord Europa quanto in quelli ex coloniali come India e Sudafrica. Poi va detto che l’inglese è la lingua più studiata nel mondo. In totale, la stima più realistica è quella di un 20-22% della popolazione mondiale in grado di parlare e comprendere sufficientemente la lingua inglese.
Il numero potrà sembrare basso, dato che la sola India ha circa il 18% della popolazione mondiale, ma bisogna considerare che una larga fetta degli indiani (regioni rurali interne, sottoproletariato urbano ecc) non parlano affatto inglese ed un’altra parte rilevante parla un inglese molto approssimativo ed elementare, al di sotto del limite di sufficienza. E lo stesso si può dire di paesi come il Sudafrica, il Kenia o Mnmar.
Quanto agli studenti che apprendono l’inglese a scuola, va detto che in maggioranza poi ne conservano solo tracce del tutto insufficienti e, comunque, non sono in grado di utilizzare un dizionario monolingue.
Dunque, nel complesso, circa l’80% della popolazione mondiale non conosce affatto l’inglese o ne ha rudimenti assai scarsi. Anche scendendo al di sotto della soglia di sufficienza e considerando quanti hanno conoscenze utili ad avere una conversazione elementare, non andiamo molto oltre un terzo della popolazione mondiale e, quindi, la grande maggioranza della popolazione mondiale (non meno dei 2/3 ) ignora del tutto l’idioma di Shakespeare.
Per quanto il quinto considerato è sicuramente la parte più dinamica e “globalizzata” (che viaggia, studia, si connette in internet, segue la stampa e la Tv ecc.), siamo ancora abbastanza lontani da quello che potrebbe essere la lingua comune mondiale.
A questo bisogna aggiungere altre considerazioni. Parlare di inglese come di una lingua unica è un po’ fuorviante, in realtà inglese originario, inglese americano e inglese indiano hanno non irrilevanti differenze tanto per la pronuncia quanto per la costruzione lessicale e grammaticale. L’inglese originario è una lingua molto ricca di espressioni idiomatiche che non sempre presenti, ad esempio, nell’inglese-americano che, però, ne ha di proprie. Certo, un inglese ed uno statunitense si capiscono, ma i due idiomi vanno divaricando e l’inglese americano tende a prevalere. D’altra parte, la maggior parte di quanti conoscono l’inglese non come lingua materna, ma per averlo studiato, spesso ignorano quelle espressioni idiomatiche ed hanno un lessico piuttosto ridotto.
Dunque, per una ragione e o per l’altra, una larga fetta di quel 20-22% di cui dicevamo, parla una sorta di “basic english” che assolve a funzioni di livello non eccelso. Inoltre, inizia a profilarsi un fenomeno tipico, quello delle “lingue miste” (lo spanglish nel sud degli Usa e il chinglish in alcune zone costiere della Cina) che hanno un effetto contraddittorio, perché, da un lato, gettano un ponte fra la lingua franca e quella locale, favorendone la penetrazione, ma dall’altro creano sorta di enclaves linguistiche meno in grado di comunicare con il resto del Mondo, e dunque, finiscono per erodere la diffusione della lingua veicolare.
Ci sono, poi, considerazioni di ordine politico che meritano d’esser fatte: il successo dell’inglese è legato alla sua doppia funzione imperiale, prima con l’Inghilterra e dopo, ed ancor di più, con gli Usa. Il massimo di espansione dell’anglofonia è coinciso con il momento felice del mono-polarismo americano, ma siamo sicuri che il futuro conserva questo ruolo imperiale agli Usa? Il servilismo delle classi dirigenti europee (Francia a parte) dà per scontato che la partita sia chiusa e che l’inglese abbia vinto definitivamente, ma questa è la resa dell’Europa, non del resto del Mondo.
C’è un altro fenomeno che merita di essere notato: cinese a parte, la seconda lingua parlata al Mondo è lo spagnolo, con il 6,5% di parlanti nativi (un po’ di più se a Spagna e America latina ispanofona, aggiungiamo le Filippine), dunque, una percentuale non molto inferiore a quella stimata da Huntington per i parlanti originari di lingua inglese. Vero è che lo spagnolo non ha una India ed è studiato meno dell’inglese, per cui, fatte le stesso considerazioni di prima er l’inglese, il totale di quanti conoscono quella lingua come prima o come seconda, raggiunge a mala pena il 13%, però occorre considerare che il tasso di fertilità dei latinos è nettamente superiore a quello dei nord americani (e non parliamo degli inglesi, canadesi o australiani). In secondo luogo, la forte immigrazione dei sud americani negli Usa sta cambiando la geografia linguistica deli States: già da un ventennio, in molti stati del sud, gli avvisi al pubblico sono trilingui (inglese, spagnolo e spanglish. Infine occorre mettere in conto che, per le stesse ragioni politiche che hanno sin qui assistito l’inglese, in alcuni contesti, lo spagnolo incontra meno resistenze dell’inglese e penetra più facilmente.
In particolare, già da anni si studia la possibilità di un graduale passaggio del Brasile dal portoghese allo spagnolo, anche perché, in questo modo, esso potrebbe più efficacemente aspirare alla leadership continentale. E questo fatto da solo regalerebbe allo spagnolo un altro 4,5% di parlanti sul piano mondiale. Dunque, i giochi non sono per nulla fatti e, in un futuro non lontanissimo, potremmo anche assistere ad una gara fra inglese e spagnolo, mentre, nonostante la grande quantità di parlanti originari, ben maggiore di inglese e spagnolo messi insieme, appare meno probabile un testa a testa fra inglese e cinese mandarino (la maggioranza dei parlanti usa lingue fonetiche e non ideografiche).
Ma è proprio detto che si debba accettare come lingua veicolare mondiale una lingua nazionale? E’ un po’ come avere una moneta nazionale come moneta di riferimento internazionale: significa assegnare a qualcuno un vantaggio su tutti gli altri. In una visione non gerarchica dell’ordine mondiale (o il meno gerarchica possibile) questa primazia non si giustifica ed assegnare questo vantaggio può produrre più attriti di quanto non si immagini.
Dunque, ci sono alternative alla scelta di una lingua nazionale in funzione di lingua veicolare. Una prima alternativa è quella di una lingua artificiale come le “lingue ausiliarie internazionali” che sorsero nel XIX secolo (volapuk, esperanto ecc.) ma bisogna dire che si è trattato di esperimenti che non hanno avuto mai grande fortuna. Costruire un lessico con prestiti linguistici dalle lingue nazionali produce una lingua che ha seri problemi fonetici, ed ancora maggiori di natura grammaticale e sintattica, scarsa armonia ed ovviamente non ha alle spalle una letteratura ed una cultura. Se volete un esempio, basti leggere il padre nostro in esperanto:
« Patro nia, Kiu estas en la ĉielo,

sanktigata estu Via nomo.
Venu Via regno,
fariĝu Via volo,
kiel en la ĉielo tiel ankaŭ sur la tero.
Nian panon ĉiutagan donu al ni hodiaŭ
kaj pardonu al ni niajn ŝuldojn,
kiel ankaŭ ni pardonas al niaj ŝuldantoj.
Kaj ne konduku nin en tenton,
sed liberigu nin de la malbono.
(Ĉar Via estas la regno kaj la potenco
kaj la gloro eterne.)
Amen » Non mi pare un grande risultato. Le lingue cd ausiliarie sono state prodotti di laboratorio sterili come certi ibridi animali. E si trattava di lingue artificiali costruite tutte su lingue europee, immaginiamo che problemi potrebbero esserci con una lingua artificiale che mescoli anche lingue idiografiche come il cinese, sillabiche come l’indi o il giapponese ecc. Credo non si metterebbe insieme neppure l’alfabeto. Quindi direi che possiamo lasciar perdere questa ipotesi.
Ne esiste un’altra: usare una lingua morta, debitamente aggiornata nel lessico e semplificata nella parte grammaticale e sintattica, riducendo al minimo eccezioni ed articolazioni. L’esperimento è già stato fatto e con successo in Israele, che ha richiamato in vita l’antico ebraico debitamente trattato. Anche l’arabo parlato (non quello scritto che è intangibile essendo lingua sacra), in fondo, è una lingua antica che si modifica e si aggiorna costantemente nel parlato.
Dunque, un’operazione non impossibile che risolverebbe il problema del vantaggio ad una lingua nazionale (anche se, sicuramente, alcune, per la maggiore vicinanza morta a quella prescelta, avrebbero un residuo di vantaggio). Personalmente ritengo che la scelta più opportuna sarebbe il latino, in primo luogo per la larga diffusione scolastica di cui gode, perché ha una letteratura importante, perché quasi tutte le lingue europee (quantomeno dell’Europa centrale ed occidentale) hanno attinto ad essa, perché è legata ad un passato storico studiato in gran parte del mondo. Ma soprattutto per un’altra ragione specifica.
Recentemente ho spiegato a dei miei studenti questa mia idea sul latino ed hanno riso, ma non hanno più riso quando gli ho letto questo articolo de “La Repubblica” (22 dicembre 2014): “Perché il latino è la lingua ideale per comunicare su twitter”. Infatti il latino è una lingua sintetica e non analitica e, grazie ad artifici retorici come la callida iunctura (il “nesso furbo”), l’ordo verborum (l’ordinamento delle parole), costrutti sintattici come l’ablativo assoluto ed espedienti stilistici come il verbo sottinteso, ha caratteristiche di asciuttezza e concisione sin qui insuperate, che la rendono adattissima ad usi molto concentrati come twitter o gli sms. Perché non discuterne?
Certo c’è sempre un vizio un po’ eurocentrico, ma sarà sempre meglio che parlare la lingua dell’Impero vivente.