venerdì 23 ottobre 2015

Unione Europea, i concorsi devono essere multilingue

28/09/2015
Rivincita di Italia e Spagna: l’uso del solo inglese, francese o tedesco è discriminatorio nei confronti di candidati di altra nazionalità che vogliono partecipare ai bandi di concorso generali per l’assunzione di amministratori e di assistenti in istituzioni dell’Unione Europea. È quanto ha stabilito il Tribunale dell’Unione Europea, con la sentenza sulle cause riunite T- 124/13 e T-191/13.

Il caso

La vicenda scaturisce dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea ad opera dell’Epso (Ufficio europeo di selezione del personale) di alcuni bandi per la costituzione di elenchi di riserva per l’assunzione di assistenti e amministratori. Come condizioni di ammissione ai diversi concorsi, i bandi richiedevano, oltre a una «conoscenza approfondita» di una delle lingue ufficiali dell’Unione, «una conoscenza soddisfacente» di un’altra lingua, che sarebbe stata inoltre quella di comunicazione con l’Epso, da scegliere tra l’inglese, il francese o il tedesco. La limitazione al trilinguismo veniva giustificata sulla base dell’interesse del servizio in base a cui si richiede ai colleghi neoassunti di essere immediatamente operativi e capaci di comunicare efficacemente nel lavoro quotidiano, con il rischio altrimenti di pregiudicare «il funzionamento efficiente delle istituzioni».

A contestare l’imposto trilinguismo è stata l’Italia, seguita poi dalla Spagna, le quali hanno chiesto dinanzi ai giudici europei di annullare i bandi in questione, in quanto discriminatori. Violazione del regolamento n.1/1958. Gli eurogiudici, respingendo le obiezioni della Commissione Europea secondo cui le tre lingue menzionate sono le lingue principali delle deliberazioni delle istituzioni europee, decidono di accogliere i ricorsi dei due Stati membri, sul fondamento che i bandi di concorso violano il regolamento europeo n.1/1958 che disciplina il regime linguistico dell’UE.

Se è vero che i regolamenti interni prevedono la possibilità per le istituzioni europee di fissare alcune modalità del proprio regime linguistico, tuttavia lo devono fare mediante un regolamento interno e non con un bando di concorso. Infatti, «non è sufficiente difendere il principio sotteso a tale limitazione facendo riferimento al gran numero di lingue riconosciuto all’art. 1, regolamento n. 1 come lingue ufficiali e di lavoro dell’Unione e alla necessità che ne deriva di scegliere un numero più ristretto di lingue, o addirittura una sola, come lingue di comunicazione interna o “lingue veicolari”» afferma l’organo giurisdizione comunitario, il quale aggiunge che «è necessario giustificare oggettivamente la scelta di una o più lingue specifiche ad esclusione di tutte le altre», circostanza che l’Epso e la Commissione europea hanno omesso di fare, non dimostrando che la limitazione linguistica risponda all’interesse del servizio.

Pertanto, se mancano obbiettivi motivi giustificativi del trilinguismo, devono essere garantiti pari dignità e pari trattamento a tutte le 23 lingue ufficialmente riconosciute dai 28 Stati membri. È dunque evidente, secondo i giudici di Lussemburgo, che l’obbligo linguistico imposto nei suddetti bandi violi il principio di non discriminazione (a cui tutte le istituzioni si devono ispirare), poiché finisce per avvantaggiare i candidati di nazionalità degli Stati in cui si parlano le lingue prescelte rispetto agli altri cittadini europei senza che necessariamente i primi siano migliori. Per questi motivi, Il Tribunale dell’Unione Europea annulla i tre bandi: una rivincita per Italia e Spagna.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

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